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Tragedie e vita di Vittorio Alfieri : volume unico preceduto da un ragionamento storico-critico / del Prof. Silvestro Centofanti
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ATTO

ORMONDO

Sai, eh’ Imeneo finoraStretta non l’ha de’ lacci suoi ; che il soloSuccessor del suo regno è il figliuol tuo;

Per questo unico tuo si dolce pegno,

Speme d’ entrambi i regni, a noi non menoCaro, che a te; dare all’oblio li piacciaOgni rancor che in cor ti rimanesseContro il padre di lui. Tu stessa a forzaSposo il volesti; ed or, fia ver che in breveTen diparta il divorzio?...

MARIA

E chi tal grido

Spandea di me? stolto, o maligno ei sia,

Se al soglio pur di Elisabetta or giunge,

Trovar de’fede in lei? Nè un sol pensieroDel divorzio ebbi mai; ma se pur fosse,

Che mi di tu ? spiacer potrebbe a quella,

Ch’ ebbi già un di si caldamente avversaAlle mie nozze?

ORMONDO

Del tuo onor gelosa,

Non di tua contentezza invida mai,

Fu Elisabetta allora. Al tuo regaleLibero senno ella porgea consiglioAmichevole, e franco. Ella ti stolseDa nozze alquanto meno illustri forse,

Che doveano spedarsi a par tua donna;

Ma nulla più. Convinta appieno posciaDel luo saldo voler, tacque; nè, credo,

Resta or per lei, che appien non sii tu lieta.

MARIA

È ver: non ella in duri ceppi avvintoTenne Arrigo, ch’io scelto aveami sposo;

Si che al regai mio talamo ei venivaFuggitivo dal carcere; e sua destraLivida ancor de’ mal portali ferriAlla mia destra ei congiungea: non ella,

Entro il suo regno, in ben guardata torre,

Or, tuttavia, ritien del mio consorteLa madre a forza. Ella ben è, che senteOggi pietà di quello stesso Arrigo. —

Trarla or tu dunque di si fatta angosciaDei, col dirle, che Arrigo, a suo talento,

Sta in corte, o lungi, in libertà sua piena;

Ch’ io dal mio cor noi tolsi ; e eh’ io le altruiPrivate cure investigar non seppiGiammai; nè il so.

ORMONDO

Nè l’indiscreto sguardoEntro tua reggia Elisabetta inoltraPiù che non lice. Ad ogni re son sacri,

Benché palesi sian, dei re gli arcani.

Dirti m’è imposto in rispettoso modo,

Che un successsor, sol uno, a doppio regnoPoco è, pur troppo; e ch’ella è incerta cosa,

E di temenza piena ognor, la vitaDi un sol fanciullo...

MARIA

I generosi sensi

PRIMO 227

Del suo gran cor, già nel mio core han destoEmuli sensi. In me la speme è vivaD’esser pur anco madre; e lei far lieta,

Lei che gioisce d’ogni gioia mia,

Di numerosa mia prole novella.

Ma, se larga d’ aiuto a me non mancoChe di consiglio eli’è, questo mio regno,

Non che mia reggia, in tutta pace io speroVeder fra breve.

ORMONDO

Ad ottener tal pace,

Primo mezzo in suo nome oso proporti...

MARIA

Ed è?

ORMONDO

Non dubbio mezzo. Ella li bramaPiù mite alquanto inver color, che il giogoDi Roma sì, ma non il tuo, s’ han tolto.

Sudditi fidi al par degli altri tuoi,

E assai di forza e numero maggiori;

Uomini anch’essi, e figli tuoi non empj;

A cui sol reca oppression sì fera11 lor creder diverso...

SCENA IV.

MARIA, ORMONDO, BOTUELLO

MARIA

Oh ! vieni; inoltraBotuello il passo; odi incredibil cosa,

Che arreca a me, d’Elisabetta in nome,

Il britanno oratore. Ella mi vuolePiù mite ai nuovi settatori; ArrigoSempre indiviso dal mio fianco brama;

E che fra noi segua il divorzio, teme.

BOTUELLO

Or chi si falsa impression le diedeDella corona tua? qual perseguistiReligioso culto? e chi pur osaProfferir oggi di divorzio il nome?

Oggi, nel di, che a le ritorna Arrigo...

ORMONDO

Oggi ei ritorna?

MARIA

Sì. Ben vedi; io primaDi Elisabetta ogui desir prevengo,

ORMONDO

Mendace fama nè ai re pur perdona;

Di romor falso apportatrice giunseAlla regina mia; come già venneA le di lei non raen fallace il grido,

Che tua nemica te la pinse. Io nutro( O meri lusingo ) alta speranza in core,

D’esser fra voi de’ vostri sensi veriNon odioso interprete verace,

Finché a te presso, col piacer d’entrambe,Grata m’ avrò quanto onorata stanza.