MARIA STUARDA
236
ARRIGO
Colpa
Di le, di chi l’invia, dell’abbonitoTuo ministero...
ORMONDO
Della orribil corte,
Ov’io mi sto, di meglio: di quest’atraGente infame, è la colpa. Ardito avreiTentarti io mai, sol per me stesso? a tantoMaria fe trarmi ; a’ cui comandi appienoElisabetta di obbedir m’impone.
Ciò eh’ ella volle, io dissi: ed or mi accusaDi ciò a te stesso un doppio tradimento? —Deluso ornai, no, non sarò: fra voi,
Cessi il ciel, ch’io mi adopri in nulla ornai.
Io, d’ogni cosa che accader qui debba,Innocente son io; tale or mi grido;
Tal griderommi ad alla voce ognora.
SCENA VII.
ARRIGO
Ben di tu il ver; presso a colei chi è reo? —Io son preso a dileggio? oh rabbia 1 — UdrammiL’iniqua, ancor sola una volla udrammi.
Di brevi detti ultimo sfogo è forza
Ch’ io doni al furor mio : ma tempo è poscia
Di tentar più efficaci ardili colpi.
ATTO QUARTO
SCENA I.
ARRIGO, MARIA
ARRIGO
Donna, il fingere abborro; a me non giova;E, giovasse pur anco, io noi potrei.
Ma tu , perchè di menzognero affettoPerfide voglie vesti ? Io già t’offesi,
È ver; ma apertamente ognor ti offesi,Norma imparar da me dovevi almeno,
Come un tuo pari offendere si debba.
MARIA
Qual favellar? Che fu? già, pria che saldaFra noi concordia si rinnovi, ascolto...
ARRIGO
Fra noi concordia ? Sempiterna io giuroInimistà fra noi : schiudi i tuoi sensi ;M’imita: io voglio a te insegnar la via,Onde trabocchi il rattenulo a lungoRancor tuo cupo : io risparmiarti voglioPiù finzione, e più lusinghe ornai;
E più delitti.
MARIA
Oh cielo ! e lai rampognaMerlo io da te?
ARRIGO
Ben dici. A tal sei giunta,Che il rampognarti è vano. Assai fia meglioDisdegnoso silenzio; altro non merti : —
Ma pur, mi è dolce un breve sfogo; e il fartiOr, per 1’ ultima volta, udir mia dura ,
Al reo tuo cor non comportabil voce. —Mezzi appo me, più forti assai de’luoi,
E meno infami, stanno. In guise milleA te far fronte entro al tuo regno io posso:
Nè il tuo poter mel toglie: a me noi vietaAltri, ch’io stesso: avviluppar non voglioNelle private rie nostre conteseQuest’ innocente popolo. — Ma, udraiAl nuovo di, ciò che di me n’avvenne:
Pur che a te presso io mai non rieda. Ai fidiTuoi consiglieri, e a’ tuoi rimorsi in mezzo,
( Se pur ten resta ) ornai ti lascio.
MARIA
Ingrato,...
Per più non dirti: e il guiderdon fia questoDell’immenso amor mio? del soffrir lungo?
Del soverchio soffrir?... Cosi mi parli?...
Cosi li scolpi?—In te il dispregio, or donde?
Chi son io non rimembri, e chi tu fosti ?...Deh! perdona; or mi sforzi a dirti cosa,
Che a me più il dir, che a te l’udirla, incresce.Ma , in che l’offesi io mai? Nell'invitartiA tornar forse? in raccettarti troppoPiù caldamente eh’ io mai noi dovessi ?
Nel concederti troppo? o nel supportiDi pentimento, e di consiglio ancoraCapace, o almen di gratitudin lieve,
Il duro petto?
ARRIGO
In trono siedi: e il tronoAlta efficace eli’è ragion pur sempre.
Ma, stupor nullo è in me : quanto ora avvieniB"»Tutto aspettai. Pure, il saper ti giovi,
Ch’io nè di furto oprerò mai, nè a caso;
Che sconsigliato, debile, atterrilo
Non son, qual pensi; e che vostre arti vih..-