MARIA STUARDA
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La reggia?,,. O stanza di dolore e morie,
10 per sempre ti lascio.
MARIA
Arresta...
LAMORRE
O donna,
I)i ; consiglio cangiasti?
MARIA
Ahi me infelice!..
Ornai... respiro... appena... Io dunque deggioDar di nuocermi il campo?...
CAMORRE
Anzi, dei torreCampo al nuocer; ma pria, veder chi nuoce.Che a te Boluello non sia noto appieno,
11 crederò, per tua discolpa: è taleQuel rio fellon, da stupir quanti iniquiAbbiavi al mondo.
MARIA
Oh ciel! s’ei mi tradisse?...Ma il diffidarne è il meglio. —Or tosto vanneAd Arrigo tu stesso: a lui saraltiScorta Argallo in mio nome. Ove ei mi giuriDi non uscir di Scozia, anzi che tuttoNon sia fra noi chiaro e quieto, io giuroSgombrar d’ogniarme,pria che aggiorni, il piano.Va, corri, vola; ottien sol questo, e riedi.
SCENA li.
MARIA
...Oh! qual tremor mi scuote! Oimè!... se mai?...Ma, son io r^i? Tu il sai, che il lutto scorgi.—Pur presagj più orribili non ebbiNel core io mai... Che fia? Dal costui labro,Quai feri tuoni usciano! — A me non sceseNotte più infausta mai...
SCENA 111.
MARIA, BOTUELLO
MARIA
Che festi? ahi lassa!
Ove mi hai tratta? Ancor d’ammenda è tempo:Vanne, e gli armali tuoi....
BOTUELLO
Ma che? tu cangi
Or consiglio altra volta ?
maria
Io mai non dissi...
Tu primo osasti...
BOTUELLO
Osai, si, porti innanziPiù dolce un mezzo ad ottener tuo fine,
Di quanti in te ne disegnavi; e curaA me ne desti; ed io l’impresi. Or, viste
Ha le mie squadre Arrigo; udito ha il nomeEi di Boluello; e per gli spaldi in armeCorre, e provvede a disperata pugna.
Andar, venire, infuriar, mostrarsiLà di fiaccole ardenti al lampo il vidi;
E scende al pian di sue minacce il suono.
Lieve è l’armi rilrar; ma Arrigo posciaChi raffrenar potrà ! Di me non parlo:
Vittima poca ( ov’ io pur basti ) a sdegnoSi giusto, io sono: ma di le, che fora?
Arrigo offeso...
MARIA
Ah! dimmi: or or CamorreNon ne andava ad Arrigo?...
BOTUELLO
Io noi vedea. —
Di quel ministro di menzogna hai forseUdilo i delti ancora?
MARIA
Ah sì, pur troppo!...Benché ministro di nemica setta,
Che non svelommi? oh ciel! presagj orrendiAscoltai dì sua bocca. All’ostinatoMio consorte in messaggio il mando io stessa:Deh! possa in lui quel suo parlar, non menoChe in me potea! Chi sa? spesso ha lai mezziL’invisibiI celeste arbitro eletti:
Forse è I.amor slromento suo. Vii, corri;
Fa, ch’ei parli col re.
BOTUELLO
Lamor, nemicoDi nostro culto, a suo talento ei spera11 debit senno governar di Arrigo;
Quindi a lui finge essere amico. Iniquo!
Capo ei farsi di parte, altro non brama.
Già in arme sta dei più rubelli il nerbo;
Manca il vessillo; e l’alzerà Lamorre.
Quai sien costoro, il sai; tu, che in lor maniCaduta un di, dure dettar (i udistiIngiuriose leggi: ed io il rimembro,
Io , che len trassi. — Or, finché l’aure io spira’Giuro, a lai non verrai: fia lealtadeOra il non obbedirli. 11 passo a ogni uomoE strettamente chiuso: a chi il tentasse,
Ne va la vita. Invano, anco il più fidoDe’tuoi, vi si appresenta; invan ci andavaIn tuo nome Lamorre...
MARIA
E che? lant’osi?—
BOTUELLO
Oso, e voglio, salvarti: or, quel ch’io faccia,Appieno io ’l so. Se apertamente reoTu non convinci Arrigo, or che a lui festiAperto oltraggio, a mal partilo sei.
MARIA
E sia che può: pria vo’raorir, che macchiaPorre alla fama mia... Dunque, obbedisci;
Zelo soverchio in te mi nuoce: or tosto, fVa ; sgombra il passo... Ma che veggio? Oh eie o- •Qual lampo orrendo!.. Ah!., quale scoppio! Ti eD1 '