ATTO SECONDO 253
Quel che riman solo a cangiarsi, il nome.
LORENZO
Ciò lutto già felicemente in opraPosero gli avi nostri: alla catenaSe anello manca, or denno esserne il fabroDei cittadin le stolte gare istesse.
Apertamente, in somma, un sol si attentaDi resisterci, un solo; e temer dessi?giuliano
Feroce figlio di mal fido padre,
Da temersi è Raimondo...
LORENZO
Ambo si denno
Schernire, e a ciò mi appresto: è dolce anch’ellaColai vendetta...
GIULIANO
E mal sicura.
LORENZO
In mente,
Tant’ è, fermo ho cosi. Quel giovin feroVo’ tor di grado; e a suo piacer lasciarloSpargere invan sediziosi detti:
Cosi vedrassi, in che vii conto io ’l tenga.
GIULIANO
Nemico offeso, e non ucciso? ohi quale,
Qual di triplice ferro armato pettoPuò non tremarne ? Ingiuriar debb’ egli,
Chi spegner puote? A intorbidar lo statoPerchè cosi dargli tu stesso, incauto,
Pretesti tanti? insligatore e capoFarlo cosi dei mal contenti? E sonoMolti; più assai, che tu non pensi. ApertaForza non han? credere il vo’: ma il tergoDal tradimento, or chi cel guarda? basta,
A ciò il sospetto? a tor quiete ei basta,
Non a dar sicurezza.
LORENZO
Ardir cel guarda :
Ardir, che a forti è brando, e mente, e scudo.Farei, tacendo, a nuove offese invitoAl baldanzoso giovine rubello.
Ma ingiuriato, e, da chi’l può, non spento,
Fia ludibrio dei molti a chi il fai capo.
SCENA II.
LORENZO, GIULIANO, GUGLIELMO,RAIMONDO
GUGLIELMO
Sieguimi, o figlio; e ch’io qui sol favelliLascia, len prego. — O voi, (che ancor ben notoNon m’è qual nome vi si deggia e onore )
Me già implacabil vostro aspro nemico,
Or supplichevol voi mirate in alto.
Meglio, il so, meglio a mia cadente eladeLiberi detti, e liberissime opreSì converriano, è ver; nè le servili,
Bench’io le adopri, piaccionmi. Ma soloNon son io del mio sangue; onde, è gran tempo,Alla fortuna vostra e a ria crudeleNecessità soggiacqui. In voi me poscia,
La mia vita, il mio aver, l’onore, e i figli,Tutto affidai; nè ad obbedir restio,
Più ch’altri fui. Ciò che si sparge or dunque,Creder non posso; che a oltraggiar Raimondo,E in lui me pur d’immeritato oltraggio,
Voi vi apprestiate. Ma, se ciò fia vero,Chiederne lice a voi ragion pur anco?
GIULIANO
Perchè al tuo figlio pria ragion non chiediDel suo parlar, dell’opre sue?...
RAIMONDO
Non niego
Io di renderla a lui: nè più graditiTestimoni poss’io mai de’miei sensiTrovar di voi...
LORENZO
Son noti a me i tuoi sensi. —
Ma, vo’insegnarti, che ad urtar coi fortiPari vuoisi all’invidia aver l’ardire;
E non men pari all’alto ardir, la forza.
Di ; tal sei tu ?
GUGLIELMO
Di nostra stirpe il capoFinora pur son io ; nè muover passoFia chi s’attenti, ov’io noi muova. Io parloDell’ opre. E che ? giudici voi già forseDe’pensieri anco siete? o i vani dettiSon capitai delitto? oltre siam tanto ? —
Mal se tal dritto è in voi, perch’uomo impariMeglio a temer; che siete or voi? vel chieggo.
RAIMONDO
Che son essi? e tu il chiedi? In suon tremendo
Tacitamente imperiosi e crudi
Non tei dicon lor volti? —Essi son tutto;
E nulla noi.
GIULIANO
Siam delle sacre leggiNoi l’impavido scudo; a’rei tuoi pariFuoco del ciel distruggi tor siam noi;
Sole ai buoni benefico ridente.
LORENZO
Tali siam noi da te sprezzare in somma.
Già un voler nostro il gonfalon ti dava;
Altro nostro voler, più giusto, il toglie.
D’immeritato onor per noi vestito ,
Dimmi, a qual dritto ei ti si diè, chiedesti?
RAIMONDO
Chi noi sapea? mel dava il timor vostro;
Mei toglie il timor vostro: a voi regaleNorma e Nume, il timore. A voi qual mancaPregio di re? voi l’arti crude, e i fieriVizj, e i raggiri infami, e il pubblio’odio ,Tutto ne avete già. Le generoseVie degli avi calcate: a piene vele ,
Fin che l’aura è seconda, itene, o prodi.
Non che gli averi, a chi vi spiace tolta