ATTO QUARTO
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So, che non è più saldo in onda scoglio,
Di quel che sieno in lor proposto immotiE Lorenzo e Raimondo: han pari l’alma;
La forza no: ma pari è il temer nostro.
Qual io mi adopro or col fratei, ti adopraCol figlio tu: forse vedremo ancoraAltri tempi. Pochi anni hai tu di vita;
Ma questa ( il sai ) benché affannosa, e grave,Pur viver brami; e sopportata 1’ hai...
Vuoi tu serbarla? di.
GUGLIELMO
Timor di padre,
E timor di tiranno in lance porre,
Altri noi puote che un tiranno e padre.
Il mio timore, io il sento; il tuo, tu soloSentirlo puoi. — Ma, vinca oggi il paterno,
Che più scusabil è. Per quanto io valga,
Mi adoprerò, perchè spontaneo esigiloScelga Raimondo, e fia il miglior; chè in questeMura abborrile a nuovi oltraggi io ’1 veggo,Non a vendetta, rimaner; pur troppo!
SCENA IT.
LORENZO, GIULIANO, GUGLIELMO
LORENZO
Giulian, che fai? Spendi in parole il tempo,Quando altri in opre?...
GIULIANO
Alla evidente forza
Del mio parlare ornai costui si arrende :
Duolli la pace, anzi che ferma io l’abbia?
LORENZO
Che pace ornai? D’ogni discordia il seme,D’ogni raggiro il rio motor, SalviatiGiunge...
GIULIANO
Il so; ma frattanto ...
LORENZO
E sai, che muove
Vèr noi dall’austro armata gente? in veroNon belligera gente ; a cui mostrarciNoi dovrem pure, e sol mostrarci. Al primoEolgoreggiar de’nostri scudi, scioltaPia lor nebbia palustre. Ardir qual altroPuò Roma aver, fuor che l’altrui temenza?
GUGLIELMO
Signor, ma che? può insospettirti il soloRipatriar di un cittadino inerme,
Ch’or dal Tebro ritorna? e a danno vostroOr si armerebbe Roma, che sì radoL’armi, e si mal, solo a difesa, impugna?
LORENZO
La schiatta infida dei roman pastoriPea tremar più d’un prode. Il tosco, il ferroCelan fra gigli e rose. È ver, che nullaUia il ferro lor, se antiveduto viene. —
^ di Roma satelliti, qui lascio:
Tramate voi, finch’io ritorni. Andiamo,Fratello, andiam ; ripiglierei» noi posciaCon costoro a trattar; ma pria dispersi,
0 presi, od arsi, o nel vii fango avvoltiCadan per noi que’ pavidi vessilli,
Che all’ aura spiegan le mentite chiavi.
Pria dobbiam noi crollare alquanto il troncoPutrido annoso, a cui si appoggia fraude;Poiché del tutto svellerlo si aspettaA più rimota etade. — Andiam. — Di gioiaMi balza il cor nell’impugnarti, o brando,Contro aperto nemico. A me sol duole,
Che, se a fuggiasca gente il tergo sdegniFerir, di sangue or tornerai digiuno.
SCENA V.GUGLIELMO
D’ alti sensi è costui; non degno quasiD’esser tiranno. Ei regnerà, se ai nostriColpi non cade; ei regnerà. — Ma regna,Regna a tua posta; al rio fratei simileTosto sarai: timido, astuto, crudo;
Quale in somma esser debbe, ed è, chi regna. —Or, già si annotta ; e a me non torna il figlio;
Nè Salviati.—Ma, come udia LorenzoDelle romane ancor non mosse schiere?
Non lieve al certo è la tramata impresa ;
E dubbia è assai: ma pur, l’odio e la rabbiaE il senno in un del mio figliuol mi affida.
Di lui si cerchi... Eccolo appunto.
SCENA VI.
RAIMONDO, SALVIATI, GUGLIELMO
GUGLIELMO
A che ne siamo?
Ohi dimmi,
RAIMONDO
Al compier, quasi.
SALVIATI
A noi
Arride il ciel: mai non sperava io tanto.GUGLIELMO
Presto, più ch’io non l’era, e a più vendetta,Voi mi trovate. Udite ardir: qui mecoFinor Giuliano a patteggiar logìieaDell’onta nostra; e vi si aggiunse posciaFero Lorenzo, e minaccioso. Io diediParole, or dubbie, or risentile, or finte;
Le più, ravvolte entro a servile scorza,Grata ai tiranni tanto: ogni delittoSliman minor del non temerli, In essiDi me sospetto generar non volli;
Pien di timor mi credono. —Ma, dimmi;Come già in parte or traspirò l’arcano