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Tragedie e vita di Vittorio Alfieri : volume unico preceduto da un ragionamento storico-critico / del Prof. Silvestro Centofanti
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DON GARZIA

E già presso alla tomba, il velen rioChe invailo in core ei racchiudea, nel coreTolto versò dell’empio tìglio. Or, certo

10 son, che tìglio di sprezzato padre,

Feroce, ei m’odia; e, quel ch’è peggio, ei tace:Quindi è d’uopo ch’io vegli. Era a sue mireOstacol forse la mia madre in vita;

Or che cessò, più da indugiar non panni:Tutte occupar densi a costui le vie,

Non che di nuocer, di tentare. II mezzo,

E il migliore e il più ratto a un tanto effetto,Liberamente ognun di voi mi mostri.

DIEGO

Padre, e signor, non che di noi, di tutti;

Che poss’io dirti di ragion, di regno,

Che tu noi sappi? Assai de’reo chiamarsi,Farmi, colui che al suo signor non piace:

Che fia quei, che, abbonito, anco lo abborre?Ha congiunti chi regna? Or, poiché al prenceLa sorte amici non concede mai,

Che falsi, od empj; almen non dee nemiciEi tollerar, nè aperti mai, nè occulti.

Tranne esempio da lui, che il losco scettroTenne anzi le; quell’Alessandro, quello,

Che a tradimento trafitto cadea;

Ei de’congiunti a diffidar t’insegni,

Più che d’ogni altro. Amistà finta, e lungaServitù finta, e affinitade, apriròInfame strada al traditor LorenzoD’immerger entro al regio petto il ferro.

Ben sapea di costui l’animo iniquo

11 prence in parte, e diffidar non volle:

Anzi lo accolse , e il fea de’ suoi, sì eh’ egliAl fin Io uccise: —Ah! gli odj altrui previeni:Dolcezza, in chi può non usarla, apponsi

A timor solo: e assai velar chi regnaDe’il suo timor; chè il più geloso arcanoDi stato egli è: guai, se si scopre: taceTosto l’altrui terrore: e allor, che avviene? —Pera Salviati; è il parer mio: ma peraApertamente. Egli li offende, e a giustaMorte tu il danni: ma, non far che oscuraTimida nube i maestosi raggiDel tuo potere illimitato adombri.

GARZIA

Se a prence in soglio nato, e all’ombra quetaDi propizia fortuna indi cresciutoInfra gli ozj di corte, io qui parlassi,

Padre, tu a lungo or non mi udresti. Dura,Diffidi, vana, e perigliosa impresaFia ’l rallemprar signor, che mai d’avversaSorte non vide il minaccioso aspetto.

Ma, Cosmo, tu, che i tuoi giovenili anniLungi dal Irono, e dalle sue speranze,

Fra i sospetti vivesti ; or trafugatoDalla madre sul Tebro, or d’Adria in riva,

Or del Ligure alpestre agli ermi scogli;

Tu, che dell’odio poderoso altruiProvasti il peso, ora benigno orecchioPrestami, prego. — Alla medicea stirpe,

Da più lustri, a vicenda, arte, fortuna,

Forza, e favor, dier signoril possanza;

Cui più splendor, nerbo e certezza posciaTu aggiungesti ogni di. Tu sai, che invanoL’uccisor d’Alessandro asilo e scampoSperò trovare in libera contrada.

Tuo brando il giunse entro Yinegia: ei giacqueInulto là, dove il poter si vantaSol di libere leggi: il Leon feroUccider vide infra gli artigli suoiChi troppo slava in suo ruggir securo:

Videlo, e tacque: e il tuo terribil nomeFea d’Italia tremar l’un mare e l’altro.

Che brami or più? senza nemici regno?

Ciò non fu mai: spegnerli tutti? e ferroHavvi da tanto? Agli avi tuoi pon mente :

Qual finor d’ essi sen moria tranquillo ,Possente, e amato? il solo Cosmo; quegliCh’ebbe poter, quanto glien diero; e a cuiPiù assai ne aggiunse, il men volerne. Or, miraGli altri: Giulian trafitto; a stento salvoIl prò’ Lorenzo: espulso Piero: uccisoAlessandro. Eppur, mai non fur costoroDi sangue avari. Ah ! ben tei dicon essi,Quanto è lubrica al trono infida baseLo sparso sangue. — Ucciderai Salviati,

Forse non reo: nemici altri verranno:

Fian spenti? ed altri insorgeranno.— Il brandoDel diffidar, la insaziabil puntaRitorce al fin contro chi l’elsa impugna.

Deh! pria che or scenda, il tieni in alto alquanto:Ferito ch’abbia, ei più non resta. A un tempo,E a chi ti spiace, e alla tua fama, o padre,Deh ! tu perdona.

DIEGO

Ei da me ognor dissente.

PIERO

Io, minor d’anni, e di consiglio quindi,Parlerò pur, poiché il comanda il padre.

Prode qual è , Diego parlò ; nè biasmoGià di Garzia gli accenti, ancorch’ io spieghiParer tult’ altro. Io , di Salviati al soloNome, che a me suona delitto, io fremo.

Altro Salviati a tradimento ardivaIl ferro alzar sovra Lorenzo nostro.

Padre, sol duoimi, che nemico troppoApertamente di costui mostratoFinor ti sei : non , perchè a lui più umanoMostrandoti, cangiar quel doppio coreTu mai potessi ; ma , talor men biasmoAcquista al prence il trucidar gli amici,

Che il punire i nemici.— Una, fra tanteStragi, onde mai di Tiberio la rabbiaSazia non fu , sol una a Roma piacque.

Vero o mentito di Seian foss’ egli11 congiurar; pubblica gioia, e risa,

E canti, e scherni, le sue esequie furo.

Amico al prence, a ogni altro in odio: ei cadtQuindi abborrito, invendicato, e vile.—

Yuoi tu spento Salviati, e salvo a un tratto