275
ATTO SECONDO
SCENA. I.
COSIMO, ELEONORA
COSIMO
No, non m’inganno io, no; più degno figlioNon abbiam noi di Diego: a lui del soglioPreme l’onor, la securlà del padre,
E la quiete universale. Io n’ ebbi
Dal suo parlar non dubbie prove or dianzi.
ELEONORA
Non senno dunque, e non amor, nè miteIndole trovi, nè pieghevol coreNel mio Garzia?
COSIMO
Che parli? or qual mi nomiRubello spirto? Ei tra i miei figli è il solo,Ch’esser noi merli. Or, che dich’io tra i figli?Assai piu m’ama e reverisce ogui altri,
Ch’egli noi fa. Nulro un serpente in seno,
Che in me sua rabbia e il rio velen rivolge.Oh, come a sten lo il furor mio raltenniDianzi in udirlo ! I miei sospetli fansiOrnai certezza: e quel Garzia...
ELEONORA
Che fece?
Che disse? in che ti spiacque? Oiraèl
COSIMO
Che disse?—,
Menlr’ io disegno di un mortai nemicoL’eccidio, ei consigliarmi osa il perdono.
Ei non abborre il reo Salviati adunque,Quant’io l’abborro? I miei nemici adunqueSuoi nemici non sono?
ELEONORA
Ogni uom non conti
Fra’tuoi sudditi qui? Se questo, o quello,Spegner ti piace, or noi fai tu? DelittoLieve è d’un figlio, il supplicare il padreD’esser men crudo. È ver, Diego, nè Piero,
Te sconsigliar non ardirian dal sangue :
Garzia l’osò: ch’altro vuol dir, fuor ch’egliBenigno è più, nè l’altrui sangue anela?
COSIMO
Troppo più che non lice, ornai ti accecaQuesto soverchio, e mal localo, affetto.
Idol Garzia li Lesti; e, olir’ esso, nullaTu non ami, nè vedi. In lui virtudeOsi nomar, ciò che delitto io nomo?
Lite questa non è fra noi novella;
Ma ogni di più mi spiace. A me non pocoOpra grata farai, se in cor ben dentroSi parziale ingiusto amor rinserri.
ELEONORA
Ingiusto amore? ah! se puf v’ha chi taleProvar mel possa, io cangerommi. AU’opreFinor mi attenni, e non de’figli ai delti.
COSIMO
Tant’è; se il vuoi malgrado mio, te l’abbiCaro per te; pur ch’io più mai non l’odaScusar da le. Prima virtude, e sola,
In mia reggia, è il piacermi: in lui non veggioTal virtude finora: a te si aspettaL’insegnargliela; a te;... se davver l’ami.
ELEONORA
E a’cenni tuoi non inchinò pur sempreGarzia la fronte?
COSIMO
E l’obbedirmi è vanto?
E ciò, basta egli? e di noi far, chi arditoSarebbe ornai? — Parlar, com’io favello,
Non pur si de’; ma, com’io penso, dessiPensar: chi a me natura non ha pari,
La dee cangiar; non simular, cangiarla.
Son di mia stirpe, e di mio impero, io ’l capo:
Io l’alma son, donde s’informi ogni altraViva persona qui. — Nè al reo GarziaUn cenno pur, pria di punirlo, io dava,
S’ei figlio a me non era. In lui più grave,Certo, è l’error; ma voglio, anzi al gastigo,Sola una volta ancor fargli udir voce,
Che da tristo sentiero indietro il tragga.
SCENA II.
COSIMO, ELEONORA, PIERO
PIERO
Padre, altissimo affare a te mi mena:
Teco esser deggio a lungo.
COSIMO
Oh ! qual li leggo
Sul volto afflitto strano turbamento?
Parla; che avvenne? di.
PIERO
Narrar noi posso,
Se non a le.
ELEONORA
Qual si novella cosa
Narrar può un figlio al genitor, che udirla