ATTO QUINTO
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COSIMO
Tu meglio il sai. Ma, dondeL’insano ardir, l’orgoglio, il parlar fero,
Or si addoppiano in te?
GARZIA
Donde? di sangueIo lordo tutto, esecutore io sonoDe’ tuoi comandi, e insuperbir non deggio?Non son io de’ tuoi figli a le il più caro,
Da che il più reo mi sono?
COSIMO
Pur tremerai...
Or or, fellone,
gahzia
Tremai, finché innocente
10 m’ era : or sio securo. A le sol chieggo,Che adempì la lua fe’.Fermo, e per sempre,Ho il mio destino già.
COSIMO
Più fermo è forse
11 voler mio. Colei non fia mai sciolta,
Se non ti è sposa pria: fra eterni ceppi,
O tua. L’ antico suo rancor, la nuovaBrama che avrà di vendicare il padre,
Ch’ io recar lasci ad altro sposo in dote?
A lei tu solo....
GARZIA
Ahi lasso me! che feci?
Ohi qual sei tu?... No... mai...
COSIMO
Cessa; dolerti
Ciò non ti dee per or: ti è d’uopo priaBen accertarmi, che Salviati hai spento. —Come il sai tu? quai me n’apporti prove?
GARZIA
Quai prove? oh rio dolore! esser qui dunqueFellon, non basta? anco è mestier far pompaDelle commesse iniquità? ScolpitoMirami in volto il mio delitto, e godi.
L’oprar mio disperato, e gli occhi, e gli alti,
E morte, eli’ ogni mia parola spira,
Tutto or noi dice? e il sangue, ond’io macchiatoSon dal capo alle piante, ancor vermiglio,Fumante ancora?...
COSIMO
Il veggio: ma, qual siaQuesto sangue, noi so. Certezza interaHo sol, ch’ei non è il sangue ch’io ti chiesi.GARZIA
Oh rabbia ! e dubbio?... Or dunque vanne ; i passiPorta tu stesso entro la orribil grotta;
Là vedrai steso in un lago di sangueQuel misero. Va; saziati del feroSpettacol; va: non che lo sguardo, appagaOgni tuo senso: con la man ritentaLa piaga ampia di morte; il palpitanteSuo cor ti pasci ; il sangue a sorsi a sorsiBevine, tigre; la regai tua rabbiaSfoga in quel petto esangue. Una, e due volte,E quattro, e mille quel pugnai tuo immergi
In chi non può contender più : fa provaDel tuo valor colà, scettrato eroe;
Già non ha loco altrove. — Oh nuova morte !
Oh martir nuovo! Un parricida io sono,
Figlio di Cosmo io sono; ed innocenteMe Cosmo vuole?
COSIMO
Che un fellon tu sei,
Chi ’l niega? chi ? Morte ad uom desti, il credo;Ma non quella, cui forza aspra de’ tempi,Giusta del par che necessaria or fea.
Uccisor sei, ma non del mio nemico:
Altro non so; ma saprò il tutto in breve:
Or or vedrò, con gli occhi miei...
GARZIA
Ma Piero
Non venne a te? non ti diss’ei, ch’ivi entroPer opra sua già prima era Salviati?...
COSIMO
Piero, si, venne; e a me narrò, che postoQui non ha il piè Salviati in questa notte,
Nè col pensiero pure. Or io men vadoLà, dove il suolo insanguinasti. Trema,
Se non cadde egli. Il mio furor, che luttoDovea piombar su T accennata testa,
Chi sa?..., può forse,... oggi,... fra poco.—Trema.
SCEVA IX.
GARZIA
...Che ascolto? oh ciel ! qui non portò suoi passiSalviati! e Piero il dice? e a Cosmo il dice?...Funesta ambage orribile ! Qual dunque,
Qual sangue è quello, ch’io versava? Oh, comeRabbrividir mi sento!... Eppur, qual’altraUccision pari delitto or fora?
Deh! vero fosse, che tutt’altri uccisoL’empia mia mano avesse!... E chi trafittoHai dunque tu?... Ma, ben sovvienimi: appunto,Quand’io n’ usciva ansante dalla grolla,
Qui Piero a me si appresentava; e incertoStavasi... E che mi disse?... Oh! ben rimembro:Turbato egli era, e brama assai mostravaDi udire il fatto: ei mi altendea: suoi dettiRotti eran, dubbj, timidi... Già dargliAngoscia tal, mai noi potea il periglioNè di Salviati, nè di me... Ch’ei stessoIvi entro avesse aguato alcuno forseTeso in mio danno?... Eppur, pareami inermeL’uom ch’io trafissi: ad assalirlo io primoEra; ei motto non fea... Che vai? più oscuro,Più della eterna notte orrido arcano,
Chi può spiegarti, altri che Cosmo, e Piero?_
Ma, d’insolito orror vie più mi sentoRaccapricciare: entro il mio cor temenzaIgnota sorge. — 0 dubbio, o tu, dei maliPrimo, e il peggior, più non ti albergo ornaiIn me, non più. Si vada; io stesso, io voglioVeder qual morte...