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Tragedie e vita di Vittorio Alfieri : volume unico preceduto da un ragionamento storico-critico / del Prof. Silvestro Centofanti
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ATTO QUARTO

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Trar vivo io quindi a’ miei nemici innanziSceglieva, e siovvi. Che il morir non temo,Vedretel voi: ch’io vendervi ancor caraPoirei mia vita ove il volessi, noloFaravvel loslo di adirala plebe11 terribile grido : in fin, eh’ io tengoPiù in pregio assai, che non me stesso, Sparta,Ven farà certi il morir mio. — Vi esorto,

E vi scongiuro, a trarre dal mio sangueL’ ulil di Sparta, e il vostro. I campi, e 1’ oro,Che la mente or vi acciecano, e di pochiIn man ridotti, ai possessori al pariFan danno, e a chi n’è privo; i campi, e l’oro,Per non voler dividerli coi vostriConcittadini, a voi fian tolti, e in breve,

Dai nemici. La plebe, a voi si vilePerchè mendica ; la spartana plebe,

Che abborre voi ricchi possenti e fortiPiù delle leggi, è molta; aspra la stringeNecessità feroce. Ove a voi gioviRimembrar, che di Sparla e di LicurgoFigli son essi al par di voi, ben ponnoSplendor di Sparta esser costoro ancora,

E in un, di voi salvezza. In altra guisa,

Sparta e sè stessi annulleranno, e voi.

Maturo è ornai, credete a me, maturoÈ il cangiamento: il ciel non vuol eh’io’I vegga;Ma vuol eh’ ei segua : ad affrettarlo è d’ uopoD’Agide il sangue, e il sangue Agide dona.

Di voi pietà, non di me, sento: e queste,Parole son d’ uom che morir sol brama,

E che non reca altro desire in tomba,

Che di salvar la patria sua. Già postoD’Agide in salvo è il nome: a far me grande,Ch’ altri ad effetto i miei disegni adducaNon fia meslier; anzi, gran parte involaA me di gloria il riuscir d’altrui,

Dopo il tentar mio vano. Ultimo sfogoDi vostra rabbia, il mio morir sia dunque;

Di vostra invidia spenta il fruito primoSia la virtù ripalriata, e 1’ alteDivine leggi di Licurgo in forzaTornate, e la spartana eccelsa garaDi patrio amor, di libertade, e d’ armi.

POPOLO

Grande è 1’ animo d’Agide: ingannaliForse noi fummo...

ANFARE

Il sete, ora, da questi

Sediziosi detti.

AGIDE

Efori, or quanto

Vi avanza a dir, m'è noto. — Appién compitoHo di un re citladin l’ufficio estremo.

Io riedo al career mio, dalle cui muraNulla uscirà d’ Agide ornai, che il nome.

SCEMA IV.

LEONIDA, ANFARE, Popolo, Efori,Senatori

popolo

Ei qual reo non favella: è forza averneMaraviglia, e pietade.

LEONIDA

È ver, Spartani:

Sedotto ei fu da Agesilao; par degnoDi perdono il suo errore. Il chieggo io stessoDa voi, per lo mio genero ; per quello,

Che la vita salvommi...

ANFARE

Or stai davanti

Al senato ed agli efori: con essiParlar tu dei, Leonida. Le lueRagion private , ai pubblici delittiNon tolgon pena; nè il perdon precedeMai la condanna.

LEONIDA

Io, non che darla, udirlaNè pur vo’ dunque. Agide a morte porreNon volli io, no, benché morire ei merli.Trarlo fuor dell’ asilo, udirlo, e innanziAi giudici convincerlo; ciò soloImportava, ed io ’l feci: altro non restaA far contr’esso. —Ah ! se del popol voce,Se del Te preghi vagliono al cospettoDel senato e degli efori, da loroYedrassi (io spero ) di clemenza, in breve,Nobile al par che memorando esemplo.

SCEMA V.

ANFARE, Popolo, Efori, Senatori

ANFARE

Generoso nemico, ottimo padre,

Ruon cittadin, Leonida; compiuteEgli ha sue parti tutte: a noi le nostreDi compier resta. — Agide è reo convintoDi maestade lesa: a lui, qual penaGiusta si aspetti, efori, il dite.

EFORI

Morte.

POPOLO

Efori, ahi grazia or vi chieggiam noi tutti:Purch’ ei lo stato ornai non turbi.

ANFARE

Udite?..

Lo udite voi, questo fragor tremendo,

Che a noi si appressa? In suo favor di nuovoGià tumultua la plebe. Agide vivo, -E queta Sparta? ella è lusinga stolta.