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Tragedie e vita di Vittorio Alfieri : volume unico preceduto da un ragionamento storico-critico / del Prof. Silvestro Centofanti
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ACIDE

EFORI

A morte, a morte il traditor ribelle ;

Agide muoia...

ANFARE

Ei morto fia , vel giuro. —Con la rea sozza plebe ogni aspro incontro

Sfuggite intanto, o cittadini. E noi,

Efori, noi la maestà di SpartaCon giusto ardir mostriamo. Olà, schiudete,Soldati, il passo. Andiam; nè vii, nè alteroSia il nostro aspetto. Il non temer la plebe,Tosto in sè stessa a rientrar la sforza.

ATTO QUIETO

SCENA I.

Interno del carcere di SparlaAGIDE

Fere urla io sento, e un immenso frastuonoIntorno al career mio. — Numi di Sparta,

Deh! salvatela voi.— Duoimi, che un ferro

10 non serbava, onde troncare a un tempoCon la mia vita ogni tumulto. A lungo

Pur tardar non dovrian quei che a svenarmiMandati avrà Leonida. — Consorte,...

Diletti figli,... amata madre,... addio...

Più non vedrovvi!... A voi, memoria caraLascio di me... Ma per la madre io tremo:

Sta in poter di Leonida... che ascolto ?

Chi vien? Si schiude il carcere!... Che miro?

O mia sposa...

SCENA II.

AGIDE, AGIZIADE

AGIZIADE

Son teco, Agide amato....

Dalla reggia del padre or mi sottraggo,

Ove a custodia, ei mi tenea. La plebe,

Del tuo career la strada hammi disgombra,

E di vietarmen T adito i soldati

Non ebber core. — Al fin son teco. — Io vengo,

Sposo, a salvarti, ove salvarti io possa;

O a morir teco io vengo.

AGIDE

Oh dolce sposa!...

11 cor mi squarci... Oh quanto il rivedertiMi è gioia,... e pena!... A conservar mia vita,

(Ch’io 1 potrei, se il volessi, con la morte

Di cittadini assai) l’amor tuo veroTrarmi or solo potria. Ma, il sai, che amartiPiù che la patria mia, donna, noi deggio,

E tu stessa noi vuoi. Me dunque lasciaMorire; e tu, serbati in vita; i cariPegni tu salva, i figli nostri...

AGIZIADE

Invano

Di Leonida al fero odio sottrargliIo tenterei: barbaro padre; appienoNella prospera sorte ora il conosco;Nell’avversa ingannommi. A me nuli’armeRiman, che il pianto; egli noi cura: i nostriPigli salvar dalla sua rabbia, o il puoteSparta con l’armi, o nulla il può.—Ma padreDovresti almen mostrarti; e, pe’ tuoi figli,Serbar tua vita...

AGIDE

Oh ciel! qual mai mi porliTerribil guerra in questo ponto estremo?

Amo i figli, e tu il sai, ma, non ben certoÈ il morir loro; e certo fia, che a riviDei cittadini scorrerebbe il sangue,

S’io di forza mi armassi. E questi, e quelli,Son figli miei; ma i cittadini sonoDi un giusto re figli primieri. — O donna,Meglio di me, se sopravviver m’osi,

Tu puoi salvarli. Quel sublime, e a un tempoTenero ardir, con cui seguivi il padre;

Quello, con cui del mio destin ti eleggiFarti or compagna; quell'ardir sia scortaA te, per porre i figli nostri in salvo.

Per quanto reo Leonida e crudeleEsser possa, ei t’è padre: ove i tuoi figliFra tue braccia tu stringa; ove il tuo pettoAgli innocenti miseri sia scudo;

Cuor non avrà di trucidarli. Ah! corri,

Vola al lor fianco, in lor difesa veglia;

Per essi vivi, o sol con essi muori ;

Che al viver più, nulla ti sforza allora.