365
ATTO SECONDO
Quai che sian i suoi detti, udirlo in pienoDignitoso silenzio.
MAMILIO
— A voi pur dianzi
Venia Tarquinio, al primo udir che RomaTumultuava; e inerme, e solo ei quasi,
Securo appien nella innocenza sua,
E nella vostra lealtà , veniva:
Ma il respingeano l’armi. Indi ei m’inviaMessaggero di pace; e per me chiede,
Qual è il delitto, onde appo voi si reo,
A perder abbia oggi ei di Roma il tronoA lui da voi concesso...
POPOLO
Oh rabbia! Oh ardire!Spenta é Lucrezia, e del delitto ei chiede?...
MAMILIO
Fu Sesto il reo, non egli...
TIBERIO
E Sesto, al fianco
Del padre, anch’ei veniva or dianzi in Roma:E se con lui volto non era in fuga,
Voi qui il vedreste.
POPOLO
Ah ! perchè in Roma il passoLor si vietò? già in mille brani e in milleFatti entrambi gli avremmo.
MAMILIO
— È ver, col padre
Sesto anco v’era: ma Tarquinio stesso,
Più re che padre, il suo figliuol traea,
Per sottoporlo alla dovuta pena.
BRUTO
Menzogna è questa, e temeraria, e vile;
E me pur, mal mio grado, a furor tragge.
Se, per serbarsi il seggio, il padre iniquoSvenar lasciasse anco il suo proprio figlio,
Forse il vorremmo noi? La uccisa donnaHa posto, è vero, al soffrir nostro il colmo:Ma, senz’essa, delitti altri a migliaiaMancano al padre, ed alla madre, e a tuttaLa impura schiatta di quel Sesto infame?Servio, l’ottimo re, suocero e padre,
Dal sceleralo genero è trafitto;
Tullia, orrìbile mostro, al soglio ascendeCalpestando il cadavero recenteDell’ucciso suo padre; il regnar loroIntesto è poi di oppressioni e sangue;
1 senatori e i ciltadin svenati;
Spogliati appieno i non uccisi; trattoDai servigi di Marte generosi,
( A cui sol nasce il roman popol prode )
Tratto a cavar vilmente e ad erger sassi,
Che rimarranno monumento eternoDel regio orgoglio e del di lui servaggio:
Ed altre, ed altre, iniquità lor tante:...
Quando mai fin, quando al mio dir porrei,
Se ad uno ad uno annoverar volessiDe’Tarquinj i misfatti? Ultimo egli era,Lucrezia uccisa; e oltr’esso ornai non varca,
Nè la lor empietà, nè il soffrir nostro.
POPOLO
L’ultimo è questo; .ah ! Roma tutta il giura...
VALERIO
Il giuriam tutti: morti cadrem lutti,
Pria che in Roma Tarquinio empio mai rieda.
BRUTO
— Mamilio, e che? mulo, e confuso stai?
Ben la risposta antiveder potevi.
Vanne ; recala or dunque al signor tuo,
Poich’ esser servo all’ esser uom preponi.
MAMILIO
— Ragioni molle addur potrei;... ma, niuna...
POPOLO
No; fra un popolo oppresso e un re tiranno,Ragion non havvi, altra che Farmi. In trono,Pregno ei d’orgoglio e crudeltade , udiva ,
Udiva ei forse allor ragioni, o preghi?
Non rideva egli allor del pianger nostro?
MAMILIO
— Dunque, ornai più felici altri vi facciaCon miglior regno. — Ogni mio dire in unaSola domanda io stringo. — Assai tesoriTarquinio ha in Roma; e son ben suoi: fia giusto,Ch’olire l’onore, oltre la patria e il seggio,
Gli si tolgan gli averi ?
POPOLO
— A ciò risponda
Bruto per noi.
BRUTO
Non vien la patria toltaDai Romani a Tarquinio: i re non hannoPatria mai ; nè la mertano: e costoroDi roman sangue non fur mai, nè il sono.
L’onor loro a sè stessi han da gran tempoTolto essi già. Spento è per sempre in RomaE il regno, e il re, dal voler nostro : il seggioPreda alle fiamme, e in cener vii ridotto :
Nè dì lui traccia pure ornai più resta.
In parte è ver, che i loro avi stranieriSeco in Roma arrecar tesori infami,
Che, sparsi ad arte, ammorbatori in priaFur dei semplici nostri almi costumi ;
Tolti eran poscia, e si accrescean col nostroSudore e sangue: onde i Romani a drittoBen potrian ripigliarseli. — Ma, RomaDegni ne stima oggi i Tarquinj soli ;
E a lor li dona interi.
POPOLO
Oh cor sublime !
Un Nume, il genio tutelar di RomaFavella in Bruto. Il suo voler si adempia...Abbia Tarquinio i rei tesori...
BRUTO
Ed esca
Coll’oro il vizio, e ogni regai lordura. —Vanne, Mamilio; i loro averi aduna,
Quanto più a fretta il puoi : custodi e scortaA ciò ti-fian miei figli. Ite voi seco.