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Tragedie e vita di Vittorio Alfieri : volume unico preceduto da un ragionamento storico-critico / del Prof. Silvestro Centofanti
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ATTO SECONDO

FEBEO

Non più; t’intendo. Ad anialor, qual sono,Appresentar puoi tu 1’ amato oggettoInfelice per lui? ch’io me pur stimiCagion, benché innocente, de’suoi danni,

E eh’ io non muoia di dolore? — Ah ! MirraDi me, del mio destino, ornai sentenzaPiena pronunzii : e s’ or Pereo le incresce,Senza temenza il dica: io non pentitoSarò perciò di amarla. Oh ! lieta almenoDel mio pianger foss’ ella I... A me fia dolceAnco il morir, pur eh’ ella sia felice.

CINIRO

Pereo, chi udirli senza pianger puote?...

Cor, nò il più fido, nè in più fiamma accesoDel tuo, non v’ ha. Deli! come a me l’apristi,Così il dischiudi anco alla figlia: udirti,

E non t’aprire anch’ella il cor, son certo,

Che noi potrà. Non la cred'io pentita;

( Chi il fora, conoscendoti?) ma trarle

Potrai dal pedo la cagion tu forse

Del nascosto suo male. — Ecco, ella viene;

Ch’ io appellarla già fea. Con lei lasciartiVoglio; ritegno al favellar d' amantiFia sempre un padre. Or, prence, appien le svelaE’ alto tuo cor che ad ogni cor fa forza.

SCEMA II.

MIRRA,PEREO

MIMA.

Ei con Pereo mi lascia?... Oh rio cimento!Vieppiù il cor mi si squarcia...

PEREO

È sorto, q Mirra,Quel giorno al fin, quel che per sempre appienoFar mi dovria felice, ove tu il fossi.

Di nuzial corona ornata il crine,

Lieto ammanto pomposo, è ver, ti veggo:Mailtuovolto,ei tuoi sguardi,ei passi,eogui atto,Mestizia è in te. Chi della propria vitaT’ama più assai, non può mirarli, o Mirra,

A nodo indissolubile venirne

In tale aspetto, È quesla 1’ ora , è questa,

Che a le non lice più ingannar le stessa,

Nè altrui. Del tuo martir ( qual eh’ ella sia )

O la cagion dei dirmi, o almen dei dirmi,

Che in me non hai fidanza niuna; e ch’io ,Mal rispondo a tua scelta, e che pentitaTu in cor ne sei. Non io di ciò terrommiOffeso, no; ben di mortai cordoglioPieno ne andrò. Ma, che ti cale in sommaIl disperalo duol d’ uom che niente ami,

E poco estimi? A me rileva or troppoIl non farti infelice. — Ardita, e francaParlami, dunque.— Ma, tu immobil taci?,..Disdegno e morte il tuo silenzio spira...Alfieri

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Chiara è risposta il tuo tacer: mi abborri,

E dir non l’osi... Or, la tua fe’ riprendiDunque: dagli occhi tuoi per sehlpre a tormiTosto mi appresto, poiché oggetto io sonoD’orror per te... Ma s’io pur dianzi T era,

Come merlai tua scelta? e s’io il divenniDopo, deh! dimmi; in che li spiacqui?

MIRRA.

...Oh prence!..

V amor tuo troppo il mio dolor li pingeFero più assai, eh’ egli non è. L’ accesaTua fantasia ti spigne oltre ai confiniDel vero. Io taccio al tuo parlar novello;

Qual maraviglia? inaspettate coseOdo, e non grate; e, dirò più, non vere:

Che risponder poss’ io? — Questo alle nozzeÈ il convenuto giorno; io presta vengoA compierle; e di me dubita intantoIl da me scelto sposo? È ver, ch’io forseLieta non son , quanto il dovria chi raroSposo ottiene, qual sei: ma, spesse volteLa mestizia è natura; e mal potrebbeDarne ragion chi in sé Tacchiude: e spessoQuell’ostinalo interrogar d’altrui,

Senza chiarirne il fonte, in noi l’addoppia.

PEREO

T’incresco; il veggo a espressi segni. Amarmi,

10 sapea che noi puoi; lusinga stoltaNell’infermo mio core entrata m’era,

Che tu almen non mi odiassi: in tempo ancora,Per la tua pace e per la mia, mi avveggioCh’io m’ingannava.—In me non sta (pur troppo!)

11 far che tu non m’odii: ma in me soloSta, che tu non mi spregi. Ornai disciolta,Libera sei d’ ogni promessa fede.

Contro tua voglia invan l’attieni : astretta,

Non dai parenti, e men da me; da falsaVergogna, il sei. Per non incorrer tacciaDi volubil, tu stessa, a le nemica,

Vittima farti del luo error vorresti :

E ch’io lo soffra, speri? Ah! no. — Ch’io l’amo,E eh’ io forse merlavali, tei debboProvar or, ricusandoti...

Mirra

Tu godi

Di vieppiù disperarmi... Ah ! come lietaPoss* io parer, se l’amor tuo non veggoMai di me pago, mai? Cagion poss’ioAssegnar di un dolor, che in me suppostoÈ in gran parte? e che pur, se in parie è vero,Origin forse altra non ha, che il nuovoStato, a cui mi avvicino; e il dover tormiDai genitori amati; e il dirmi: « Ah! forse,

» Non li vedrai mai più... » l’andarne a ignotoRegno; il cangiar di cielo;... e mille e milleAltri pensier, teneri tulli, e mesti;

E lutti al certo, più eh'a ogni altro, noliAll’alto tuo gentile animo umano.—

Io, data a le spontanea mi sono:

Nè men pento; lei giuro. Ove ciò fosse

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