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MIRRA
ATTO SECONDO
SCENA X.
CINIRO, PEREO
PEREO
Eccomi a’ cenni tuoi. Lontana molto,
Spero, o re, non è l’ora in cui chiamartiPadre amato potrò...
CINIRO
Pereo, m’ascolta. —
Se te stesso conosci, assai convintoEsser tu dei, quanta e qual gioia arrechiA un padre amante d’unica sua figliaGenero averli. Infra i rivali illustri,
Che gareggiavan teco, ove uno sposoVoluto avessi a Mirra io stesso scerre,
Senza pur dubitar, te scelto avria.
Quindi, eletto da lei, se caro io t’abbiaDoppiamente, tu il pensa. Eri tu il primoDi tutti in tutto, a senno altrui; ma al mio,Più che pel sangue e pel paterno regno,Primo eri, e il sei, per le ben altre dotiTue veramente, onde maggior sarestiD’ogni re sempre, anco privato...
PEREO
Ah! padre..
( Già d’appellarti di un tal nome io godo )Padre, il più grande, anzi il mio pregio solo,È di piacerti. I detti tuoi mi attentoTroncar; perdona: ma mie laudi tante,
Pria di merlarle, udir non posso. Al coreDegno sprone sarammi il parlar tuo,
Per farmi io qual or tu mi credi, o brami.Sposo a Mirra, e tuo genero, d’ogni altoSenso dovizia aver degg’ io: ne accettoDa te F augurio.
CINIRO
Ah! qual tu sei, favelli.—
E perchè tal tu sei, quasi a mio figlioIo parlarli ardirò. — Di vera fiammaArdi, il veggo, per Mirra; e oltraggio graveTi farei, dubitandone. Ma,... dimmi;...
Se indiscreto il mio chieder non è troppo,...Sei parimente riamalo?
PEREO
... Io nulla
Celar li debbo. — Ah! riamarmi, forse
Mirra il vorrebbe, e par noi possa. In pettoGià n’ ebbi io speme; e ancor lo spero, o almenoIo men lusingo. Inesplicabil cosa,
Certo, è il contegno, in ch’ella a me si mostra.
Ciniro, tu, benché sii padre, ancora
Vivi ne’ tuoi verdi anni, e amor rimembri:
Or sappi, eh’ ella a me sempre tremanteViene, ed a stento a me si accosta ; in voltoD’ alto pallor si pinge; dei begli occhiDono a me mai non fa; dubbj, interrotti,
E pochi accenti in mortai gelo involtiMuove; nel suolo le pupille, sempreDi pianto pregne, affigge ; in doglia orrendaSepolta è l’alma; illanguidito il fioreDi sua beltà divina: — ecco il suo stalo.
Pur, di nozze ella parla; ed or diresti,
Ch’ ella stessa le brama; or che le abborrePiù assai che morte; or ne assegna ella il giorno,Or lo allontana. S’io ragion le chieggoDi sua tristezza, il labro suo la niega;
Ma di dolor pieno, e di morte, il visoDisperala la mostra. Ella mi accerta,
E rinnova ogni di, che sposo vuoimi;
Ch’ ella m’ami, noi dice; alto, sublime,
Finger non sa il suo core. Udirne il veroIo bramo e temo a un tempo: io ’l pianto affreno,Ardo, mi struggo, e dir non 1’ oso. Or voglioDi sua mal data fede io stesso sciorla;
Or vo’morir, che perder non la posso;
Nè, senza averne il core, io possederlaVorrei... Me lasso!... ah! non so ben s’io vivaiO muoia ornai. — Cosi, racchiusi entrambi,
E di dolor, benché diverso, ugualeRipieni l’alma, al dì fatai siam giunti,
Che irrevocabil oggi ella pur volleAH’ imeneo prefiggere... Deh ! fossiVittima almen di dolor tanto io solo!
CINIRO
Pietà mi fai, quanto la figlia... II tuoFranco e caldo parlare un’ alma svelaUmana ed alla: io ti credea ben tale;
Quindi men franco non mi udrai parlarti. "Per la mia figlia io tremo. Il duol d’amanteDivido io (eco; ah ! prence, il duol di padreMeco dividi tu. S’ ella infelicePer mia cagion mai fosse !... È ver, che sceltoElla l’ ha sola; è ver, che niun l’astringe-’Ma, se pur onta, o timor di donzella...
Se Mirra, in somma, a torto or si pentisse —