ATTO QUARTO
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Fia da radicò. Deh! non la paternaLasciata reggia, e non gli orbati e mestiMiei genitor ; nè cosa, in somma, alcunaDelle già mie, tu mai, nè rimembrarmiDei, nè pur mai nomarmela. Fia questoRimedio, il sol, che asciugherà per sempreIl mio fìnor perenne orribil pianto.
FEBEO
Strano, inaudito è il tuo disegno, o Mirra:
Deh! voglia ilciel, ch’ei non rincresca ungiorno!-Pur, benché in cor lusinga ornai non m’ entriD’esserti caro, in mio pensier son fermoDi compier ciecamente ogni tua brama.
Ove poi voglia il mio fatai destino,
Ch’io mai non merti l’amor tuo, la vitaChe per te sola io serbo, ( questa vita,
Cui lolla io già di propria man mi avrei,
S’oggi perderti affatto erami forza)
Questa mia vita per sempre consacroAl tuo dolore, poiché a ciò mi hai scelto.
A pianger teco, ove tu il brami; a farti,
Tra giuochi e feste, il tuo cordoglio e il tempoIngannar, se a te giova; a porre in opra,
A prevenir tutti i desiri tuoi;
A mostrarmiti ognor, qual più mi vogli,
Sposo, amico, fratello, amante, o servo;
Ecco, a quant’io son presto: e in ciò soltantoLa mia gloria fia posta e l’esser mio.
Se non potrai me poscia amar tu mai,
Parmi esser certo, che odiarmi almenoNeppur potrai.
MIRRA
Che parli tu? Deh! meglioMirra e te stesso in un conosci e apprezza.
Alle tante tue doti amor si immensoV’aggiungi tu, che di ben allro oggetto,
Ch’ io noi son, li fa degno. Amor sue fiammePorrammi in cor, tosto che sgombro ei l’abbiaDal pianto appieno. Indubitabil provaAbbine, ed ampia, oggi in veder ch’io scelgoD’ ogni mio mal le sanator pietoso;
Ch’io stimo te, ch’io ad alta voce appello,Pereo, te sol liberator mio vero.
PEREO
D’ alta gioia or m’infiammi : il tuo bel labbroTanto mai non mi disse: entro al mio coreStanno in note di fuoco ornai scolpiliQuesti tuoi dolci accenti. — Ecco venirneGià i sacerdoti, e la festosa turba,
E i cari nostri genitori. O sposa,
Deh! questo istante a te davver sia fausto,
Come il più bello è a me del viver mio !
SCENA. III.
Sacerdoti , CORO di Fanciulli , Donzelle eVecchi, CINIRO, CECRI, Popolo, MIRRA,PEREO, EURICLEA
CINIRO
Amati figli, augurio lieto io traggoDal vedervi precedere a noi tulli,
Al sacro rito. In sul tuo viso è sculta,
Pereo, la gioia; e della figlia io veggoFermo e sereno anco 1’ aspetto. I NumiCerto abbiamo propizj. — In copia incensiFumino or dunque in su i recali altari;
E, per far vie più miti a noi gli Dei,
Schiudasi il canto, al ciel rimborabin gratiI devoti inni vostri alti-sonanti.
CORO
(1) » 0 tu, che noi mortali egri conforte,
» Fratei d’Amor, dolce Imeneo, bel Nume;
» Deh ! fausto scendi ; — e del tuo puro lume» Fra i lieti sposi accendi» Fiamma, cui nulla estingua, altro che morte.-fanciulli
» Benigno a noi, lieto Imeneo, deh! vola» Del tuo german su i vanni;
DONZELLE
» E co’ suoi stessi inganni» A lui tu l’arco, — e la faretra invola:vecchi
» Ma scendi scarco
» Di sue lunghe querele e tristi affanni : —
CORO
» De’ nodi tuoi bello Imeneo giocondo,
» Stringi la degna coppia unica al mondo.
EURICLEA
Figlia, che fia? tu tremi,?... oh cielo!...
MIRRlC
^ Taci :
Deh ! taci...
EURICLEA
Eppur...
MIRRA
No, non è ver ; non tremo.—
CORO
» Q d’Imeneo e d’Amor madre sublime,
» Q tra le Dive Diva,
» Alla cui possa nulla possa è viva ;
» Venere, deh I fausta agli sposi arridi» Dalle olimpiche cime,
» Se sacri mai ti fur di Cipro i lidi.
FANCIULLI
» Tutta è tuo don questa beltà sovrana
(1) Ove il coro non cantasse, precederà ad ogni stanza unabreve sinl'onia^adaUala alle parole, che stanno per recitarsi poi.
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Alfieri