Buch 
Tragedie e vita di Vittorio Alfieri : volume unico preceduto da un ragionamento storico-critico / del Prof. Silvestro Centofanti
Entstehung
Seite
396
JPEG-Download
 

396

MIRRA

A tante furie... il languente... mio... corpo...Mancano i piè,... mancano... i sensi.,.

CECHI

Io voglio

Trarli alle stanze tue. D’alcun ristoroD’uopo hai, son certa, dal digiun tuo lungoNasce in le il vaneggiare. Ah ! vieni ; e al luttoIn me ti affida: io vo’servirti, io sola.

ATT© €J I r I A T ©

'SCENA I.CINIRO

Oh sverturalo, oh misero Pereo!

Troppo verace amante!... Ah ! s’io più ratioAl giunger era, il crudo acciaro forseTu non vibravi entro al tuo petto. — Oh cielo !Che dirà l’orbo padre? ei lo attendevaSposo, e felice; ed or di propria manoEstinto, esangue corpo, innanzi agli occhiEi recar sei vedrà. — Ma sono io padreMen di lui forse addolorato? é vitaQuella, a cui resta, infra sue furie atroci,

La disperala Mirra? è vita quella,

A cui l’orrido suo stato noi lascia? —

Ma, udirla voglio : e già di ferreo usbergoArmato ho il core. Ella ben merla ( e il vede )Il inio sdegno; ed in prova, al venir lentaMostrasi: eppur, dal terzo messo ella odeGià il paterno comando..— Orribil certo,

E rilevante arcano havvi nascosoIn questi suoi travagli. 0 il vero udirneDal di lei labro io voglio, o mai non voglio,

Mai più, vederla al mio cospetto innante...

Ma, (oh ciel! ) se forza di destino, ed iraDi offesi Numi a un lagrimar perenneLa condanna innocente, aggiunger deggioL’ira d’ un padre a sue tante sventure?

E abbandonata, e disperata, a lungaMorte lasciarla?... Ah I mi si spezza il core...Pure, il mio immenso affetto, in parte almeno,Ora è mestier, ch’io per la prova estrema,

Le asconda. In suon di sdegno ella finoraMai non mi udia parlarle: il cor si saldo,

No, donzella non ha, che incontro bastiAl non usalo minacciar del padre. —

Eccola al fine. — Oimè ! come si avanzaA tardi passi, e sforzati! Par, ch’ellaAl mio cospetto a morire sen venga.

SCENA, li.CINIRO, MIRRA

CINIRO

— Mirra, che nulla tu il mio onor curassi,Creduto io mai, no, non l’avrei; convintoMe n’ hai ( pur troppo ! ) in questo di fataleA tutti noi: ma, che ai comandi espressi,

E replicati del tuo padre, or tardaAll’obbedir tu sii, più nuovo ancoraQuesto a me giunge.

MIRRA

... Del mio viver sei

Signor, tu solo... Io de’ miei gravi,... e tantiFalli,., la pena... a te chiedeva,... io stessa,...

Or dianzi,... qui... — Presente era la madre;...Deh! perchè allor...non mi uccidevi?...

CINIRO

È tempo,

Tempo ormai, si, di cangiar modi, o Mirra.Disperate parole indarno muovi;

E disperali, e in un tremanti sguardiAI suolo affissi indarno. Assai ben chiaraIn mezzo al dolor tuo traluce l’onta;

Rea ti senti tu stessa. Il tuo più graveFallo, è il tacer col padre tuo: lo sdegnoQuindi appien tu ne merli; e che in me cessiL’immenso amor, che all’ unica mia figliaIo già portai. — Ma che? tu piangi? e (remi?

E inorridisci?... e taci? — A te fia dunqueL’ira del padre insopporlabil pena?

MIRRA

Ah !... peggior... d’ogni morte...

CINIRO

Odimi. — Al mondoFavola hai fatto i genitori tuoi,

Quanto te stessa, coll’infausto fine,

Che alle da te volute nozze hai posto.

Già l’oltraggio tuo crudo i giorni ha tronchi