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Tragedie e vita di Vittorio Alfieri : volume unico preceduto da un ragionamento storico-critico / del Prof. Silvestro Centofanti
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BRUTO SECONDO

Ch’ k io qui primo rispondo; ancor che a tantiMinor, tacer me faccia uso di legge.

Oggi a noi dunque, a noi, già da tanti anniMuli a forza, il parlare oggi si rende?

10 primier dunque, favellar mi attento:

Io, che il gran Calo infra mie braccia vidiIn Ulica spirare. Ah! fosser pari

Miei sensi a’suoi ! Ma in brevità Ben pari,

Se in altezza noi sono. — Altri nemici,

Altri obbrobrj, altre offese, e assai più gravi,Roma punire e vendicar de’pria,

Che pur pensare ai Parti. Istoria lunga,

Dai Gracchi in poi, fian le romane stragi.

11 foro, i templi suoi, le non men sacreCase, inondar vedea di sangue Roma:

N’ è tutta Italia, e n’ è il suo mar cosperso :Qual parte ornai v’ha del romano impero,

Che non sia pingue di romano sangue ?

Sparso è forse dai Parli?— In rei soldatiConversi lutti i ciltadin già buoni ;

In crudi brandi, i necessari aratri;

In mannaie, le leggi ; in re feroci

I capitani: altro a patir ne resta?

Altro a temer ?— Pria d’ ogni cosa, io dunqueDico, che il lutto nel primier suo statoTornar si debba ; e pria rifarsi Roma,

Poi vendicarla. II che ai Romani è lieve.

ANTONIO

Io, consol, parlo; e spetta a me : non parlaChi orgogliose stoltezze al vento spande ;

Nè alcun lo ascolta.— È mio parere, o padri,Che quanto il nostro dittatore invittoChiede or da noi, (benché eseguire il possaEi per se stesso ornai ) non pure intendeA tutta render la sua gloria a Roma,

Ma che di Roma Tesser, la possanza,

La securtà ne pende. InvendicatoCadde in battaglia un roman duce mai ?

Di vinta pugna i lor nemici maiImpuniti ne andar presso ai nostri avi ?

Per ogni busto di roman guerriero,

Nemiche teste a mille a mille posciaCadean recise dai romani brandi.

Or, ciò che Roma, entro al confin ristrettaD’Italia sola, assentir mai non volle,

II soffrirebbe or che i confin del mondo

Di Roma il sono ? E, sorda fosse anch’ ellaA sue glorie ; poniam, che il Parto andarneImpunito lasciasse; a lei qual dannoNon si vedria tornar dal tristo esemplo?Popoli molti, e bellicosi, han sedeFra il Parto e noi; chi, chi lerralli a frenoSe dell’armi romane il lerror tace?

Grecia, Uliria, Macedoni, Germani,

Galli, Rritanni, Ispani, Affrica, Egitto,Guerriera gente, che oltraggiala, e vinta,

D’ ogni intorno ne accerchia, a Roma imbelleVorrian servir? nè un giorno sol, nè un’ora.Oltre all’ onor, dunque innegabil graveNecessitade a voi nell’ Asia spinge

L’ aquile nostre a debellarla. — Il soloDuce a tanta vendetta a sceglier resta.

Ma, al cospetto di Cesare, chi duceOsa nomarsi?— Altro eleggiamne, a patto,Ch’ei di vittorie, e di finite guerre,

E di conquiste, e di trionfi, avanziCesare; o ch’anco in sol pugnar lo agguagli. —Vile invidia che vai? Cesare, e Roma,

Sono in duo nomi ornai sola una cosa ;

Poiché a Roma T impero alto del mondoCesare sol rende, e mantiene. ApertoNemico è dunque or della patria, iniquoTradilor n’ è, chi a sua privala e bassaPicciola causa, la comun grandezzaE securtà posporre, invido, ardisce.

CASSIO

10 quell’ iniquo or dunque, io si, son quello,

Cui traditore un traditore appella.

Primo il sono, e men vanto; or che in duo nomiSola una cosa eli’è Cesare e Roma. —fireve parla chi dice. Altri qui faccia,

Con servili, artefatti, e vuoti accenti,

Sonar di patria il nome : ove pur restiPatria per noi, su i casi suoi si aspetta

11 risolvere ai padri; in nome io’l dico

Di lor; ma ai veri padri; e non, com’ora,Adunati a capriccio; e non per vanaForma a scherno richiesti; e non da viliSgherri infami accerchiali intorno intorno,

E custoditi; e non in vista, e quasiAscoltali da un popolo mal comproDa chi il pasce e corrompe. È un popol questo?Questo, che liberlade altra non prezza,

Nè conosce, che il farsi al bene inciampo,

E ad ogni male scudo ? Ei la sua RomaNei gladiator del circo infame ha posta,

E nella pingue annona dell’ Egitto.

Da una tal gente pria sgombro il senatoVeggasi, e allor ciascun di noi si ascolti.—Preaccennare il mio parer frattantoPiacemi, ed è : che diltalor non v’ abbia,

Poiché guerra or non v’ ha ; che eletti sienoConsoli giusti; che un senato giustoFacciasi ; e un giusto popolo, e tribuniVeri il foro rivegga. Allor.dei PartiDeliberar può Roma; allor, che a segniCerti, di nuovo riconoscer RomaNoi Romani potremo. Infin che un’ ombraVediam di lei fallace, i veri, e pochiSuoi cittadini appreslinsi per essaA far gli ultimi sforzi; or che i suoi tantiNemici fan gli ultimi lor contr’ essa.

CICERONE

Figlio di Roma, e non ingrato, io l’amoPiù che me stesso: e Roma, il di che salvaDall’ empia man di Calilina io T ebbi,

Padre chiamommi. In rimembrarlo, ancoraDi tenerezza e gratitudin sentoVenirne il dolce pianto sul mio ciglio.

Sempre il pubblico ben, la pace vera,