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Tragedie e vita di Vittorio Alfieri : volume unico preceduto da un ragionamento storico-critico / del Prof. Silvestro Centofanti
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ATTO PRIMO 407

Da libertà, fur la mia brama ; e il sono.

Morire io solo, e qual per Roma io vissi,

Per lei deh possa! oh qual mi fia guadagno,

S’io questo avanzo di una trista vitaPer lei consunta, alla sua pace io donol —

Pel vero io parlo; e al canuto mio crineCreder ben puossi. Il mio parlar non tende,

Nè a più inasprir chi dagli oltraggi moltiSofferti a lungo, inacerbita ha l’almaGià di bastante, ancor che giusto, sdegno;

Nè a più innalzare il già soverchio orgoglioDi chi signor del tutto ornai si tiene.

A conciliar ( chè ancor possibil fora )

Col ben di ognuno il ben di Roma, io parlo.—Già vediam da gran tempo i tristi effettiDel mal fra noi snudato acciaro. I soliNomi dei capi infrangilor di leggiSi andar cangiando, e con più strazio sempreDella oppressa repubblica. Chi l’amaDavver fra noi, chi è cittadin di cuore,

E non di labbro, ora il mio esemplo siegua.

Fra i rancor cupi ascosi, infra gli atrociOdj palesi, infra i branditi ferri,

( Se pur 1’ Erinni rabide li fannoSnudar di nuovo ) ognun di noi frappongaInerme il petto: o ricomposti in paceFian cosi quei discordi animi feri ;

0 dalle inique spade trucidatiCadrem noi soli; ad onta lor, RomaniSoli, e veraci, noi. — Son questi i sensi,

Questi i sospiri, il lagrimare è questoDi un cittadin di Roma: al par voi tutti,

Deh! Io ascoltate: e chi di gloria troppaÈ carco già, deh ! non la offuschi, o perda ,Tentando invan di più acquistarne : e qualeAll’altrui gloria invidia porta, or pensiChe invidia no, ma virtuosa eccelsaGara in ben far, puè sola i proprj pregiAccrescer mollo, e in nobil modo e schiettoScemar gli altrui.— Ma, poiché ornai ne avanzaTanto in Roma a trattar, dei Parti io stimo,Per or si taccia. Ah! ricomposta, ed una,*

Per noi sia Roma; e ad un suo sguardo tosto,Parti, e quanti altri abbia nemici estrani,Spariscon tutti, come nebbia al vento.

BRUTO

Cimbro, Cassio, e il gran Tullio, hanno i loro altiRomani sensi in si romana guisaEsposti ornai, che nulla a dir di Roma,

A chi vien dopo, resta. Altro non resta,

Che a favellar di chi in se stesso ha postaRoma, e neppur dissimularlo or degna.—Cesare, a le, poiché in te solo è Roma,

Di Roma no, di le parlare io voglio. —

Io non t’amo, e tu il sai; tu, che non amiRoma; cagion del non mio amarti, sola:

Te non invidio, perchè a te minorePiù non mi estimo, da che tu sei fattoGià minor di te stesso: io le non temo,

Cesare, no; perchè a morir non servo

Son presto io sempre; io te non odio, al fine,Perchè in nulla li temo. Or dunque, ascoltaQui il solo Rruto; e a Bruto sol da fede;

Non al tuo consol servo, che si lungi

Da tue virtudi stassi, e sol divide

Teco i tuoi vizj, e gli asseconda, e accresco. —

Tu forse ancor , Cesare, merli ( io ’l credo )

D’esser salvo; e il vorrei; perchè tu a RomaPuoi giovar, ravvedendoti: tu il puoi,

Come potesti nuocerle già tanto.

Questo popol tuo stesso, ( al vivo or dianziCassio il ritrasse ) il popolo tuo stesso ,

Ha pochi di, del tuo poter ti feaMeno ebro alquanto. Udito hai tu le gridaDi popolare indegnazione, il giorno,

Che, quasi a giuoco, il regio serto al crineLeggiadramente cingerli tentavaLa maestà del consol nuovo: uditoHai fremer lutti ; e la regai tua rabbiaImpallidir le fea. Ma il serto infame,

Cui pur bramavi ardentemente in cuore,

Fu per tua man respinto: applauso quindi

Ne riscolevi universal: ma punte

Eran mortali al petto tuo, le voci

Del tuo popol, che in ver non più romano,

Ma nè quanto il volevi era pur stollo.

Imparasti in quel di, che Roma un breveTiranno aver, ma un re non mai, potea.

Che un cittadin non sei, tu il sai, pur troppoPer la pace tua interna: esser tirannoPur li pesa, anco il veggio; e a ciò non eriNato tu forse: or, s’io ti abborra, il vedi.

Svela su dunque, ove tu il sappi, a noi,

Ed a le stesso in un, ciò eh’esser credi,

Ciò eh’ esser speri. — Ove noi sappi, impara,Tu dittator dal cittadino Bruto,

Ciò eh’esser inerti. Cesare, un incarco,

Alto più assai di quel che assumi, avanza.Speme hai di farti 1’oppressor di Roma;Liberalor fartene ardisci, e n’abbiCertezza intera. — Assai ben scorgi, al modoCon cui Bruto ti parla, che se pensiEsser già fallo a noi signor, non ioSuddito a te per anco esser mi estimo.

ANTONIO

Del temerario tuo parlar la pena,

In breve, io ’l giuro...

CESARE

Or basti. — Io, nell’udirviSi lungamente tacito, non lieveProva novella ho di me dato: e, doveMe signor d’ogni cosa io pur tenessi,

Non indegno il sarei ; poich’ io 1’ arditoLicenzioso altrui parlare osava,

Non solo udir, ma provocare. A voiAbbastanza pur libera non pareQuest’adunanza ancor; benché d’ oltraggiCarco v’abbiate il dittator, che oltraggiPuò non udir, s’ei vuole. Al sol novello ,

Lungi dal foro, e senza armate scorte