411
ATTO SECONDO
CASSIO
Sue laudi
A noi tu intessi?
BRUTO
Udite il fine. — OndeggiaCesare ancora infra sè stesso; ei bramaLa gloria ancor; non é dunqu’egli in corePerfetto ancor tiranno: ma, ei cominciaA tremar pure, e finor non (remava;
Vero tiranno ei sta per esser dunque.
Timor lo invase, ha pochi dì, nel puntoChe il venduto suo popolo ei vedeaLa corona negargli. Ma, qual sia, .
Non è sprezzabil Cesare, nè indegnoCh’ altri a lui schiuda al ravvedersi strada.
Io per me deggio, o dispregiar me stesso,
O lui stimar, poiché pur volli a luiEsser tenuto io della vita, il giornoCh’ io ne’ campi farsalici in sue maniVinto cadeva. Io vivo; e assai gran macchiaÈ il mio vivere a Bruto; ma saprollaIo scancellar, senza esser vii, nè ingrato.CICERONE
Dell' armi è tal spesso la sorte : avrestiTu, se il vincevi, la vittoria secoPura usata cosi. Non ebbe in donoCesare stesso anch’ei sua vita, a RomaOr sì fatale? in don la vita anch’ egli,
Per grazia espressa, e vieppiù espresso errore,Non ricevea da Siila?
BRUTO
È vero; eppureMai non mi scordo i beneficj altrui ;
Ma il mio dover , e la mia patria a un tempo,In cor ben fitti io porto. A Bruto, in somma,Cesare è tal, che diltator tiranno,
( Qual è, qual fassi ogni di più ) non vuoleBruto lasciare a patto nullo in vita;
E vuol svenarlo, o esser svenato ei stesso...Ma, tale in un Cesare a Bruto appare,
Che liberlade, e impero, e nerbo, e vitaRender, per ora, ei solo il puole a Roma,
S’ei cittadin ritorna. È della plebe
L’idolo già; norma divenga ai buoni;
Faccia de’ rei terrore esser le leggi :
E, finché torni al prisco stato il tutto,
Dal disfar leggi al custodirle sia11 suo poter converso. Ei d’ alti sensiNacque; ei fu cittadino: ancor di famaEgli arde: è cieco, si; ma (al lo han fattoSol la prospera sorte, e gli empj amici,
Che fatto gli hanno della gloria veraL’orme smarrire. O che il mio dire è un nulla;O eh’ io parole si incalzanti e caldeTrar dal mio petto, e sì veraci e fortiRagion tremende addur saprogli, e tante,
Ch’io si, sforzar Cesare spero; e farloGrande davvero, e di virtù si pura,
Ch’ei sia d’ogni uom, d’ogni Romano, il primo;Senza esser più che un cittadin di Roma.
Sol che sua gloria a Roma giovi, innanziIo la pongo alla mia: ben salda provaQuesto disegno mio, parmi, saranne. —
Ma, se a Cesare or parla indarno Bruto,
Tu il vedi, o Cassio, con me sempre io ’l reco;Ecco il pugnai, eh’a uccider lui fia ratto,
Più che il tuo brando...
CICERONE
Oh cittadin verace!Grande sei troppo tu ; mal da le stessoTu puoi conoscer Cesare tiranno.
CASSIO
Sublime Bruto, una impossibil cosa,
Ma di te degna, in mente volgi; e soloTentarla puoi. Non io mi oppongo: ah! trarliD’inganno appien, Cesare solo il puole.
CIMBRO
Far d'un tiranno un cittadino? 0 Bruto,
Questa tua speme generosa, è provaCh’esser tu mai tiranno non potresti.
BRUTO
Chiaro in breve fia ciò : d’ogni oprar mioQui poi darovvi pieno conto io stesso. —
Ov’ io vano oralor perdente n’ esca,
Tanto più acerbo feritor gagliardoA’cenni tuoi, Cassio, mi avrai; tei giuro.