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ATTO QUINTO
Fean I' eloquenza, l’impeto, l’ardire,
E un non so che di sovruman, che spiraIl suo parlar: nobil, bollente spirto,
Vero mio figlio, è Bruto. Io quindi, a farvi,Romani, il ben, che in mio poter per oraNon sta di farvi, assai di me più degnoLui, dopo me, trascelgo : a lui la interaMia possanza lasciar, disegno; in essoFondata io 1’ ho: Cesare avrete in lui...
BlttJTO
Securo io stommi: ah! di ciò mai capace,Non che gli amici, nè i nemici stessiI più acerbi e implacabili di Bruto,
Noi credon, no. — Cesare a me sua possaCede, o Romani: e in ciò vuol dir, che ai preghiDi me suo figlio, il suo poter non giustoCesare annulla, e in libertà per sempreRoma ei ripone.
11 ditlator fermava, esser de’ tutto.
L’ util così di Roma impera; e ogni uomo,Che di obbedirmi ornai dubita, o niega,
È di Roma nemico ; a lei rubello,
Tradilor empio egli è.
BRUTO
— Come si debbeDa cittadini veri, ornai noi tulliObbediam dunque al dittatore (1).
CIMBRO
Tiranno, muori.
Muori,
CASSIO
E eh’ io pur anco il fera.
CESARE
Traditori...
BRUTO
E eh’ io sol ferir noi possa ?...
grido universale di gioia
ALCUNI SENATORI
CESARE
Or basti. Al mio cospettoTu, come figlio, e come a me minore,Tacerti dei. — Cesare, o Padri, or parla. —
Ir contra i Parti, irrevocabilmente
Ho fermo in mio pensiero. All’alba prima,
Colle mie fide legioni, io muovo
Vèr 1’ Asia : inulta ivi di Crasso 1’ ombra,
Da gran tempo mi appella, e a forza tragge.Lascio Antonio all’Italia: abbialo RomaQuasi un altro me stesso: alle assegnaleProvincie lor tornino e Cassio, e Cimbro,
E Casca : al fianco mio Bruto starassi.
Spenti i nemici avrò di Roma appena ,
A darmi in man de’ miei nemici io riedo:
E, o dittatore, o cittadino, o nulla,
Qual più vorrà, Roma a sua posta avrammi.
silenzio universale
BRUTO
— Non di Romano al certo, nè di padre,
Nè di Cesare pur, queste che udimmo,
Eran parole. I rei comandi questiFur di assoluto re. — Deh! padre, ancoraM’ odi una volta; i pianti ascolta, e i preghiDi un cittadin, di un figlio. Odimi; (ultaMeco li parla, or per mia bocca, Roma.
Mira quel Bruto, cui nuli’ uom mai videFinor nè pianger, nè pregar; tu il miraA’ piedi tuoi. Di Bruto esser vuoi padre,
E non 1’ esser di Roma ?
CESARE
Ornai preghiere,
Che son pubblico oltraggio, udir non voglio.Sorgi, e taci. — Appellarmi osa tirannoCostui ; ma, noi son io: se il fossi, a farmiSì atroce ingiuria in faccia a Roma, io stessoRiserbalo lo avrei? — Quanto in sua mente
Muoia, muoia, il tiranno.
altri senatori fuggendosi
Oh vista! oh giorno!
CESARE
(2) Figlio,...e tu pure?..Io moro...
BRUTO
Oh padre!..Oh Roma!..
CIMBRO
Ma, dei fuggenti al grido, accorre in follaIl popol già...
CASSIO
Lascia, che il popol venga:
Spenlo è il tiranno. A trucidar si corraAntonio aneli’ ei.
SCENA III.
POPOLO, BRUTO , CESARE morto
POPOLO
Che fu? quai grida udimmo?
Qual sangue è (fuesto? Oh ! col pugnale in altoBruto immobile sta?
BRUTO
Popol di Marte,
(Se ancora il sei ) là, là rivolgi or gli occhi:Mira chi appiè del gran Pompeo sen giace...
POPOLO
Cesare? oh vista! Ei nel suo sangue immerso?..Oh rabbia!...
(1) Bruto snuda, e brandisce in alto il pugnate; i congiu-rati si avventano a Cesare coi ferri.
(2) Carco di ferite strascinandosi fino alla statua di Pompeo,dove copertosi il volto col manto, egli spira.