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Tragedie e vita di Vittorio Alfieri : volume unico preceduto da un ragionamento storico-critico / del Prof. Silvestro Centofanti
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ATTO QUINTO

Fean I' eloquenza, l’impeto, l’ardire,

E un non so che di sovruman, che spiraIl suo parlar: nobil, bollente spirto,

Vero mio figlio, è Bruto. Io quindi, a farvi,Romani, il ben, che in mio poter per oraNon sta di farvi, assai di me più degnoLui, dopo me, trascelgo : a lui la interaMia possanza lasciar, disegno; in essoFondata io 1’ ho: Cesare avrete in lui...

BlttJTO

Securo io stommi: ah! di ciò mai capace,Non che gli amici, nè i nemici stessiI più acerbi e implacabili di Bruto,

Noi credon, no. — Cesare a me sua possaCede, o Romani: e in ciò vuol dir, che ai preghiDi me suo figlio, il suo poter non giustoCesare annulla, e in libertà per sempreRoma ei ripone.

11 ditlator fermava, esser de’ tutto.

L’ util così di Roma impera; e ogni uomo,Che di obbedirmi ornai dubita, o niega,

È di Roma nemico ; a lei rubello,

Tradilor empio egli è.

BRUTO

— Come si debbeDa cittadini veri, ornai noi tulliObbediam dunque al dittatore (1).

CIMBRO

Tiranno, muori.

Muori,

CASSIO

E eh’ io pur anco il fera.

CESARE

Traditori...

BRUTO

E eh’ io sol ferir noi possa ?...

grido universale di gioia

ALCUNI SENATORI

CESARE

Or basti. Al mio cospettoTu, come figlio, e come a me minore,Tacerti dei. — Cesare, o Padri, or parla. —

Ir contra i Parti, irrevocabilmente

Ho fermo in mio pensiero. All’alba prima,

Colle mie fide legioni, io muovo

Vèr 1’ Asia : inulta ivi di Crasso 1’ ombra,

Da gran tempo mi appella, e a forza tragge.Lascio Antonio all’Italia: abbialo RomaQuasi un altro me stesso: alle assegnaleProvincie lor tornino e Cassio, e Cimbro,

E Casca : al fianco mio Bruto starassi.

Spenti i nemici avrò di Roma appena ,

A darmi in man de’ miei nemici io riedo:

E, o dittatore, o cittadino, o nulla,

Qual più vorrà, Roma a sua posta avrammi.

silenzio universale

BRUTO

— Non di Romano al certo, nè di padre,

Nè di Cesare pur, queste che udimmo,

Eran parole. I rei comandi questiFur di assoluto re. — Deh! padre, ancoraM’ odi una volta; i pianti ascolta, e i preghiDi un cittadin, di un figlio. Odimi; (ultaMeco li parla, or per mia bocca, Roma.

Mira quel Bruto, cui nuli’ uom mai videFinor nè pianger, nè pregar; tu il miraA’ piedi tuoi. Di Bruto esser vuoi padre,

E non 1’ esser di Roma ?

CESARE

Ornai preghiere,

Che son pubblico oltraggio, udir non voglio.Sorgi, e taci. — Appellarmi osa tirannoCostui ; ma, noi son io: se il fossi, a farmiSì atroce ingiuria in faccia a Roma, io stessoRiserbalo lo avrei? — Quanto in sua mente

Muoia, muoia, il tiranno.

altri senatori fuggendosi

Oh vista! oh giorno!

CESARE

(2) Figlio,...e tu pure?..Io moro...

BRUTO

Oh padre!..Oh Roma!..

CIMBRO

Ma, dei fuggenti al grido, accorre in follaIl popol già...

CASSIO

Lascia, che il popol venga:

Spenlo è il tiranno. A trucidar si corraAntonio aneli’ ei.

SCENA III.

POPOLO, BRUTO , CESARE morto

POPOLO

Che fu? quai grida udimmo?

Qual sangue è (fuesto? Oh ! col pugnale in altoBruto immobile sta?

BRUTO

Popol di Marte,

(Se ancora il sei ) là, là rivolgi or gli occhi:Mira chi appiè del gran Pompeo sen giace...

POPOLO

Cesare? oh vista! Ei nel suo sangue immerso?..Oh rabbia!...

(1) Bruto snuda, e brandisce in alto il pugnate; i congiu-rati si avventano a Cesare coi ferri.

(2) Carco di ferite strascinandosi fino alla statua di Pompeo,dove copertosi il volto col manto, egli spira.