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Tragedie e vita di Vittorio Alfieri : volume unico preceduto da un ragionamento storico-critico / del Prof. Silvestro Centofanti
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ABELE

COBO DI DEMONI

II fior d’Inferno vieneI caparbjA disfar.

Si, s’attoschi, si tronchi, si sbafi»

Ogni suo bene.

LUCIFERO

Senza tremar.

TUTTI

Senza tremar.

Ogni, ogni bene,

Senza tremar.

l’ invidia

Ecco mia preda: questi,

Che qui supino dorme:

Truci in volto ha le forme:

Vada, vada, e si annestiSeco, ed al cor ben ben se gli avviticchi,Questa mia serpe, e gliel rosicchi a spicchi.la Morte

A me quest’altro piace,

Che al di lui fianco giace.

Piace a me la gioventù :

Segnare il vo’.

Dormi, dormi pur tu ;

Doman tuo sangue tutto io mi berrò.

Sì, giovincel; da te

Principierà ’l mio esser, che non é. ■

Quanto ne piangerà

Quell’altra coppia, che sen dorme or là*

LUCIFERO

Già già il Sottile serpentel tuo lividoSovra Caino — strisciasi,

E in mezzo al cor gli pianta il fero brivido.Già d’ Abele il destino — irrevocabileSul di lui volto stampasi:

Niun può torlo a tua falce inesorabile.

Ben feste, o figlie, l’alto dover vostro:

Quel che a far vi rimane, al fatto, è poco,Or visibili, or no; (alor col nostro,

Talor col finto aspetto, in ogni loco,

Or da lunge, or da presso, ornai si debbeSempre osservar da tiui,

Se alcun di questi dui11 suo calice amaro appien non bebbe.Sgombriamo intanto: non è lUnge il giorno:Lasciam ch’entri la luce, ed esca il Sonno.Pria che in questi mortali occhi ritornoFaccia dei sensi l’ozioso donno,

Per lo gran pianto saran consumati,Sgombriamo, or si; ma armaliSempre aggiriamci a queste soglie intorno.

SCEJtA II. 1‘)

CAINO, E GLI ALTRI, dormienti.

Che fu? che fu?... Son io ben desto?... Or, donde,Dond'é che il sonno, anzi il venir dell’alba,Già mi abbandona? è notte ancora. Il sonno,Fors’ io mercato col sudor diurnoNon mel sono abbastanza?... Ecco, questi altriDormir frattanto placidi. E che fanno,

Che fan costor poscia svegliati, e sortiDalle lor foglie morbide! Caino,

Caino fa; lutto, Caino: e il caro,

E l’ occhio pur dei genitori, è Abele.

Mi si vorria ciò ascondere, ma indarno.

Pur troppo io ’I veggo. A che più stai, Caino,Fra questa a te nemica gente? -- Oh cielo 1Nemici a me il fralel, la madre, il padre?...Son io ben desto? Or, che diss’io?... Ma qualeGel, non sentito pria, mi assale il petto?

E come, a un tempo, in mezzo al gelo avvampoCi Subii’ira? Or, che diss’io?...Ben dissi:Questo nido d’ingrati io si, per sempre,Lasciarlo vo'. Saprò ben io, con questoRobusto braccio, da me solo, e vittoProcacciarmi, e quiete. Ah! fra noi troppoFar disuguali i patti: or si ricompriCol mio sudor mia libertade almeno. —

Vieni, o tu, dura marra, a me ne vieniCompagna tu; fiera nessuna io temo,

Di te munito: o marra, arme, e ricchezza,

E del retaggio mio paterno sola

Parte a me sii. Più starmi io qui non posso:

A viva forza, una invisibil manoFuor mi strascina. Vadasi. Non possoVeder più, no, costoro tutti immersiPlacidamente in usurpato sonno.

Ch’io mai più non li vegga! mai, mai più.

scm ni.

riappariscono LUCIFERO e l’ INVIDIA

LUCIFERO

Siegnilo, sieguilo, troppo a lui mancaDell’ira orribile, che il de’pur rodere;Sieguilo, sieguilo; tutto lo abbranca.l’ invidia

L’orme sue più non lascio:

Ma, per noi la cerastaOpra intanto, e gli guasta,

Tutto in un fascio,

Ed occhi, ed alma, e senno, e cUore,emenLUCIFERO

Sola, tu dunque, or basta

(1) Spariti tutti i Demoni, Caino destatosi balza dallo stra