ATTO TERZO
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VERBO
Dunque a delitto
Or tu mi ascrivi l’amor mio paterno?
E in ciò ti offesi? Ah , figlio! e il potèv’io,In sul vigor degli anni tuoi vedertiPerire, e non tentar io per salvarliTutti e gli umani edi celesti mezzi?
ADMETO
E mi hai tu salvo, col tuo oraeoi crudo?
Non mi morrò fors’io pur anco? e morteBen altramente dispietata orrendaLa mia sarà. Ma, il di che pur giungeaLa risposta fatai di Delfo, or dimmi,
In qual guisa, perchè gli avidi orecchiDella mia Alceste anzi che i tuoi la udirò?Perchè, se pur dovuta eli’ era all’ OrcoUna spontanea vittima in mia vece,
Perchè tu primo, or di’, perchè tu solo,
Che tanto amor per 1’ unico tuo figlioAver ti vanti, allor perchè non eriPresto a redimer con la vita tuaIl mio morire tu?
ALCESTE
Sposo, e tu farliMinor pur tanto di le stesso or osiCon colai sensi? ad empia ira trascorriContro al tuo padre tu? di chi ti davaLa vita un dì, tu chieder, tu bramareDuramente la morte?
EBREO
Oh figlio! acerba
Emmi bensì, ma non del tutto ingiustaOr la rampogna tua: benché tu appienoNon sappi, no, ciò che ad Alceste è noto.Essa dirtel potria, quanta e qual artePer deludermi usasse, indi furarmiL’onor di dar per te mia vita.
ALCESTE
Admeto,
11 puro vero ei dice. Io fui, che primaIntercettai l’oracolo: poi tuttePreoccupar dell’ adempirlo io seppiScaltramente le vie: chiaro pur troppoEra, che a me si generoso incarcoSpettava: ed io l’assunsi: ogni amor cedeA quel di sposa. Il punto stesso, in cuiSeppi che andarne in contraccambio a SligeL’ uno tra noi, per te sottrarne, er’ uopo;Quel punto stesso udia l’alto mio giuroDi scender per te a Stige. Era in mia manoDa quel punto il salvarti; altrui non chiesiCiò che potea, voleva, e doveva io.
PEREO
Or qui far pompa di maggior virtude,
Ch io non m avessi, Admeto, non mi udrai.Qual io per le nudrissi affetto in seno,
Unico figlio mio, senza ch’io ’l dica,
Tu il sai: iel dice l’affidato scettro,
Ch’ io spontaneo lasciavati anzi tempoIn mia verde vecchiaia. AnnichilatoAlfieri
Fu da me stesso il mio poter, per farti( Me vivo pur ) re di Tessaglia e mio.
Prova era questa, credilo, cui niunaPareggia; e non men pento, ed in vedertiAdoralo dai sudditi, son pago.
Vinto in me dunque il re dal padre, acchiusaNella tua gloria ogni mia gloria eli’ era.
Io, d’ogni stolta ambizion disgombro,
Privala vita alla consorte accantoTraea felice. E qui, non niegherotti,
Nè arrossirò nel dirtelo, che dolceM’ era ancor molto il viver, eh’ io dividoOr già tanti anni con sì amata donna,
Con la tua egregia venerabil madre:
Specchio è dell’alma mia; per essa io vivo;
E in essa vivo.
CORO
Oh puro cuore! oh rara
Virtude !
EBREO
Admeto, quell’affetto istesso,
Ch’ or disperatamente ebbeti spintoAd oltraggiare il padre tuo; lo stessoAffetto di marito, in me non scemoDal gel degli anni, mi avria tolto forseQuel coraggio sublime, onde trionfaOr la tua Alceste d’ogni maschio petto.
Per te morir non mi attentava io forse,
La mia donna lasciando: ma, se due,
D’una in vece, dovute erano a PluloLe vittime; se in sorte alla cadenteMoglie mia fida il naturai morireToccato fosse; ah, nè un istante alloraIo stava in dubbio di seguirla, io scioltoAllor da tutti i vincoli di vita.
Non cosi, no, quand’ io dovuto avessiQuella compagna mia di tanti lustriAbbandonare, in tale etade, in taleEgro stato, a se slessa, alla funestaSolitaria vecchiezza. Oh cielo! un feroBrivido a me correa dentro ogni vena,
Solo in pensarlo. Eppur, io per salvarti,Diletto figlio mio, ( se a me giungeaPria che ad essa l’oracolo ) io dataAvrei pur anco a cosi immenso costoPer te la vita mia: ne attesto il Cielo;
E la tua Alceste attesto, che primieraA me recò l’oracolo, e i veraciSensi scopri del mio dolore.
ALCESTE
Io sola,
( E con qual arte ! ) io l’ingannava, e toltoGli era da me il morire.
ADMETO
Oh sposa! oh padre!D’ uopo a te no, non eran or colantiE si cocenti sviscerati detti,
Con cui tu il cor mi trapassasti in milleGuise tremende, perch’ io a le davanti,
Pien di vergogna e di rimorso e d’alta
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