464 ALCESTE
Io’l sono, e giuro...
ALCESTE
Ah, si; tu giuri, Admeto,Di viver pe’tuoi figli; e a me tu il giuri.
Ogni altro irriverente giuro infausto,
Cui tu accennar contro al voler dei NumiTi attentassi empiamente, profferirloNo noi potria pur mai, s’anco il volesse,
Il devoto tuo labro, incatenaloDai Numi stessi. Il vedi : al parlar mioPrestano or forza i soli Dei : trasfusaIn te, per mezzo mio, comandan essiLa sublime costanza : a lor ti arrendi.
Vieni ; acquetati ; assistimi ; sollievoDolce e primiero a quest’ultimo passo,
Cui mi appresso, tu fammiti qual dei :
Ma non mi dar in si funesto puntoMartoro tu, via peggior della morte.
Vieni, o fido, accompagnami.
CORO
Oh, qual possa
Ne’detti suoi! d’Admeto il furor cade,
Al dolce incanto dei celesti accentiDella morente donna.
ALCESTE
Ornai non regge
Contro agli strali di ragion verace.
Donne, or si torni a lenti passi doveIl mio strato mi aspetta.
CORO
E tu pur vieni,
Admeto, al di lei fianco. Intanto, forseChi’l sa, s’ora non vogliono gli DeiSoltanto in voi porre in tal guisa a provaE il coraggio e l’amore e la pietade?
No, noi del lutto non teniam per ancoMorta ogni speme.
ALCESTE
Admeto, io ben ti leggoScolpito in volto quel parlar, che il feroTuo singhiozzar profondo al labro niega.
Ed anch’io, parlo a stento: ma gli estremiMiei sensi, è forza che tu in cor li portiFino alla tomba impressi. Odili ; pregniDi coniugale e di materno amore,
Dogliosi Centi, ma vitali a un tempo.
Non che coi detti, col pensier neppureNon io l’oltraggio a le farò giammai,
Di temer che tu porgere di sposoPossa tua destra ad altra donna un giorno.
No, mai, tu Admeto, a questi nostri amatiComuni figli sovrappor potrestiUna madrigna: dell’amor che immensoCi avvampa entrambi, un (al sospetto è indegno.Ah, non è questo il mio timor, te in vitaOr dopo me lasciando. Altro non temo,
Se non che tu, troppo ostinato e immersoNel rio dolore, a danno de’ tuoi figli,
E del tuo regno e di te stesso a danno, j
Di questa impresa mia furar non vogli j
SECONDA
A tutti il frutto, o non curando, od ancoAbbreviando i giorni tuoi. Ma frenoTi saran questi. Or, mira, in man ti pongoQuesta tua figlia e mia; perenne immagoDella fida sua madre, a fianco l’abbi,
Ad essa vivi: al tuo cessar, deh! pensa,
Non rimanda chi degno eletto sposoA tempo suo le desse. E a questo nostroLeggiadro unico erede, a questa spemeDel Tessalico impero, al cessar tuoChi potria mai del ben regnar prestargliE ì consigli e gli aiuti e l’alto esemplo?
SCENA II.
FEREO , ALCESTE, ADMETO , COROe FIGLI D’ADMETO
ALCESTE
Vieni, o padre, tu pure; a noi ti appressa;Mira il tuo figlio misero, cui mancaE voce e senso e lena. Or per lui tremo;
E lasciarlo, pur deggio. AI di lui fiancoTu starai sempre, osservator severoD’ogni suo moto. — Io taccio: ornai compiutoQuasi è del tutto il sacrificio mio.
FEREO
Figlio, abbracciami: volgi, al padre volgiDeh tu gli sguardi.
ADMETO
Al padre ? e il sei tu forse?
FEREO
Oh del, che ascolto! e noi sei tu pur anco?
ADMETO
Io’l fui; ma nulla ornai più son: la vistaDei già miei figli emmi dolor: la tua,
Più assai che duol, mi desta ira, o Fereo.
FEREO
Cosi mi parli, e neppur più mi appelliCol nome almen di padre?
ALCESTE
Oimè, quali odoDalle labbra d’Admeto snaturatiDetti non suoi!
ADMETO
Ben miei, ben giusti or sonoQuesti accenti, in cui m’è proromper forza.Or, non sei tu, Fereo, noi sei tu solo,L’empia cagion d’ogni mio orribil danno?
Tu, mal mio grado, a viva forza , in DelfoMandavi per 1’ oracolo ; mentr’ io,
Presago quasi del funesto dono,
Che mi farian gli Dei, vietando andavaChe in guisa niuna il lor volere in luceTrar si dovesse. Io, vinto allor dal morbo,
Al destin rassegnatomi, diviso
Per lo più da me stesso, iva a gran passi
Senza pure avvedermene alla tomba ;
Perchè rilrarmen tu ?...