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ATTO QUARTO
SCENA I.
ALCESTE, attorniala dalle ancelle, e da marledel CORO, ADMETO, dalla parte opposta,attornialo da FEREO, da EUMELO, dallafiglia, e dall’altra parte del CORO. Al termi-nare del coro lirico, s’inoltra Uri"scena ER-COLE
IL COHO D’ALCESTE
Ma , qual s’inoltra in sovrumano aspetto,Altero eroe? Ben è, ben ei di AlcmenaÈ il generoso figlio ; in questa reggiaVisto da noij non ha molli anni. 0 proleNobil di Giove, or qual cagion mai guidaIn cotal punto i passi tuoi vèr questeSoglie infelici?
EBCOLE
Al suon d’infauslo annunzio,
Di mia traccia sviandomi, qui vengo.
Seppi, che Admeto a mortai morbo in predaVèr la tomba strascinasi: deh, quantoDolce sarammi e cruda vista a un tempoL’illustre amico! Ma fors’io, deh dite,
Non giungo in tempo?
IL CORO D’ALCESTE
Ah ! non sai lutto. È in vitaAdmeto, e sano egli è di corpo. Oh cielo!...
Ma in vece sua per lui spontanea muoreL’adorata sua Alcesle. Eccola: quasiSpira essa già l’ultimo fiato...
ERCOLE
Oh vista!
Che mi narrate, o donne? Oh in ver sublimeUnica moglie! Oh tra i mortali tuttiMiserissimo Admeto! Ov’è? ch’io il vegga...
IL CORO n’ALCESTE
Deh, no; più là non inoltrar tu il piede:
Dai sensi tutti Admeto ivi diviso,
Ed esanime quasi, infra i suoi figliStassene ; al fianco il genilor FereoSol gli si appressa lagrimoso : or dianziA viva forza a stento egli slaccavaloDal collo della moglie moribonda :
Or dal letargo suo se tu il traessi,
Fia il peggio: in guisa niuna consolarlo,
Nè il potresti pur tu.
ERCOLE
Chi ’1 sa? — Ma intantoIndugiar qui non vuoisi. Alceste, parmi,
Viva è pur anco.
\
* IL CORO D’ALCESTE
Un lievissimo spirto,
Che appena appena vacillar farebbeLa sollil fiamma di lieve facella,
Esce lullor dal suo labbro morente.
Ma, svanilo ogni senso, appien già quasiChiusi son gli occhi ; un gelido torporePer ogni membro suo già serpe...
ERCOLE
Basti,
Che vista io l’abbia ancor di qua dall’ondeDi'Slige irremeabili. Voi toslo,
O fide donne, or dunque in calda frettaChetamente portatela per quellaPiù segregata via, fin^dentro al magnoTempio d’Apollo e di Mercurio. Quivi,
A quella sacra profetessa antiquaIn mio nome affidatela ; ed ognunaDi voi qui faccia immantinente posciaRatto ritorno; e guai, s’anzi ch’io rieda,Niuna di voi svelar si attenta il fattoAl tristo Admeto. Itene pronte, e mule,
Si che lo stuol, che Admeto ivi circondaIn sua doglia sepolto, ornai non possaNè osservarvi, nè udirvi. E dell’eccelsoMio genitor, del sommo Giove, o donne,Paventate lo sdegno, (oltre il mio sdegno)Se intero intero questo mio comandoSagaci e in un discrete or non compieste.
SCHIVA II.
ERCOLE, FEREO, ADMETO, i FIGLI n’ADMETO,e parte del CORO
ercole (1)
Spero ; e non poco : ove pur giusto il CieloArrider voglia ai voli miei.' Ma ornaiFuor del cospetto nostro dilungatasiLa mesta pompa ell’è, che il semivivoCorpo accompagna. Il favorevol puntoQuest’è, ch’io breve a favellar m’inoltriAll’infelice Admeto. —Adito dassiAd un ospite antico?
IL CORO d’ADMETO
Ercole !
FEREO
Oh Numi!
Chi veggio?
(1) In dispaile.