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ALCESTE SECONDA
ÈRCOLE
Admeto; Admeto; ergi ten prego,La fronte alquanto: or, deh, riapri il ciglio,
E un tuo diletto amico vero mira,
Che del tuo morbo al grido ha tosto TormeVèr te rivolte. E che? nè un cenno pureD’uom vivo dai? cosi tu accogli Alcide?
ADMETO
Chi d’Alcide parlò? Qual voce!... Oh cielo, ^
E fia ver ciò eh’ io veggo? Ercole fido,
II tuo labbro appellavami ? — Son ioDesto, o vaneggio?
ERCOLE
Il ver tu vedi : io sonoErcole, si; giunto al tuo fianco in tempo.Admeto
Ah, che di’tu? tardi giungesti: estintoOgni mio ben per sempre...
ERCOLE
Il cuor rinfranca:
Nulla narrarmi; il tutto so: confida,
Non è morta ogni speme: amico seiD’Èrcole tu; d’Èrcole amici, i Numi;
E un qualche Iddio qui forse ora mi spinse.
Io tei comando; spera.
ADMETO
Oh detti I oh gioia !Esser poiria pur mai?... Redimer forseDal fero Plulo la mia Alceste?... Un fuocoVital dentro alle mie gelide veneDi nuovo avvampa ai detti tuoi. — Che dico?Misero me! stolta e fallace ahi troppoLusinga ell’è: Fato tremendo, eterno,
Chi’l ruppe mai? nè Giove il può....
ERCOLE
Son note
Le vie d’Averno a me ; tu il sai : per oraIo qui più a lungo rimaner non deggio;
Ma in breve,o Admeto, in questa soglia appunto,Mi rivedrai. Di più non dico. ImpongoA te bensì, che nè d’un passo pureDa questo regio limitar li debbiAllontanare, anzi ch’io torni: il piedeNè più addentro innoltrar puoi nella reggia,
Nè fuor d’essa protrarlo. Infra non molto,
In questo loco stesso, io recheroltiNon so ben qual, ma non leggier sollievo.
ADMETO
Almo eroe, deh concedi almen ch’io priaAl sovrumano valor tuo mi atterri:
Pieno tu il cor m’hai di baldanza...
ERCOLE
Avravvi
Tempo assai poscia a disfogar tuoi sensi. —Fereo, tu intanto, ottimo padre, e voiDi Fere alte matrone, al di lui fiancoStatevi. Parto: a tutti voi lo affido.
SCEMA III*
FEREO, ADMETO coi FIGLI,e parie del CORO
FEREO
Il vedi or tu, diletto figlio, il vedi,
S’ uom che ben puro infra i mortali vivaReligioso osservator dei Numi,
Amici ei poscia a se li trovi all’ uopo?
Se, donde ei men l’attende, ai danni suoiRimedio o tregua scaturir si vegga?
ADMETO
Certo, all’intensa mia insanabil dogliaUn po’ di tregua parean dar gli accentiD’Èrcole invitto ; e il rimirar sua fronteSerena tanto, e si secura in atto.
Or non è dunque in peggior punto Alceste,Che non si fosse dianzi. O morte, hai dunqueSospeso alquanto il fero assalto. Or, via,Sciogliete il cerchio, che al mio corpo intornoFeste pietosi ; apritemi vèr essaAdito nuovo; un’altra volta almenoCh’io la rivegga ancora. 0 figli, andiamo ,Riappressiamci all’adorabil donna.—
Che vegg’io? qual solingo orrido vuotoSi è fatto là? Non è la immagin quellaDella Diva d’Averno? appiè dell’altaSua base or dianzi Alceste in su lo stratoGiacea di morte, infra sue donne : or dove,Dove son elle? ov’è lo strato? Oh cielo!Sparita è Alceste!...
FEREO
Or, che fu mai?
IL CORO D’ ADMETO
Con essa pur le donne nostre!
ADMETO
Sparite
Alceste !
Alceste, ove se’tu?
FEREO
Deserto io miroCon maraviglia il loco.
ADMETO
O sia verace,
O finto in voi sia Io stupor; le incerteParole vostre, e lo squallor dei volti,
E il mal represso pianto, ahimè, pur“troppo>Ogni vostr’ atto annichilate immergeLe mie speranze in notte sempiterna.
Più non esiste Alceste. — E il dolor mioCosi tu a giuoco ti prendevi, o Alcide?
Nel punto stesso, in cui del lutto è spentoOgni mio ben per sempre, lusingarmiCon artefatti sensi? Oh rabbia! e voi,
Voi pure d’ingannarmi vi attentaste?
Dov’è, dov’ è? vederla voglio: o estinta,