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ANTONIO E
Mossemi ognor l’ambizion d’impero.
Tutte tentai, e niuna invan, le vie,
Che all’allo fin trarmi dovean gloriosa;
Ogni passione in me soggiacque a quella,
Ed alla mia passion le altrui servirò.
Cesare il primo, il crin mi cinse alteroDel gran diadema; e non al solo Egitto
* Leggi dettai, ché quanta terra oppressa
* Avea già Roma, e il vincitor di lei,
* Vidi talora ai cenni miei soggetta.
* Era il mio cor d’alta corona il prezzo,
* Nè l’ebbe alcun, fuorché reggesse il mondo.Un trono, a cui da si gran tempo avea
La virtude, l’onor, la fe’, donata,
Non lo volli affidare al dubbio evento,
E alla sorte inegual dell’ armi infide...
Serbar lo volli; e lo perdei fuggendo;...
Vacilla il piè su questo inerme soglio;
E a disarmare il vincitor nemico,
Altro più non mi resta che il mio pianto...
' Tardi m’affliggo, e non cancella il piantoUn tanto error, anzi lo fa più vile.
ISMENE
Regina, il tuo dolor desta pietadeIn ogni cor, ma la pietade è vana.
Rientra in te, rasciuga il pianto, e miraCon più intrepido ciglio ogni sventura;
* Nè soggiacer; ch’alma regale è forza
* Si mostri ognor de’ mali suoi maggiore.
I mezzi adopra che parran più prontiAlla salute, od al riparo almeno
Del regno tuo.
CLEOPATRA
Mezzi non vedo, ignotoDella gran pugna essendo ancor P evento;
Nè error novello, ai già commessi erroriAggiunger so, finché mi sia palese.
D’Azio lasciai l’instabil mar coperto
* Di navi, e d’ armi e di agguerrita gente;
Sì che l’onda in quel dì vermiglia, e tintaDi sangue fu, di Roma a danno ed onta.
Era lo stuol più numeroso, e forte,
* Quel eh’Antonio reggea, e le sue navi,
* Ergendo in mar li minaccevol rostri,
* Parean schernir coll’ ampia mole i legni
* Piccioli, e frali del nemico altero;
Si, questo è ver; ma avea la Sorte, e i NumiDa gran tempo per lui Augusto amici;
* E chi amici non gli ha, gli sfida invano.
Or che d’Antonio la fortuna è stanca,
Or che d’ Augusto mal conosco i sensi,
Or che, tremante, inulil voti io formo,
Nè so per chi; della futura sorte
Fra i dubbj orror, sola smaniando, e in preda
Ad un mortai dolor, che più sperare
Mi lice ornai? tutto nel cuor m’addita,
Che vinta son, che non si scampa a morte,
E a morte infame.
ISMENE
Non è tempo ancora
CLEOPATRA
Di disperare appien del tuo destino.
Chi può saper, s’ alle nemiche turbeNon avrà volto la fortuna il tergo;
Ovver se Augusto vincitor pietosoA te non renderà quanto ti dieroUn di, Cesare, e Antonio.
CLEOPATRA
Il cor nutrirmi
Potrò di speme, allor che ben distintiRavviserò dal vincitore il vinto;
Ma infin che ondeggia infra i rivai la sorte,Trapasserò i miei di mesti e penosiIn vano pianto; e di dolor non soloIo piangerò, ma ancor di sdegno, e d’ onta.Ma Diomede s’appressa;... il cuor mi palpita.
SCEMA II.
DIOMEDE, CLEOPATRA, ISMENE
CLEOPATRA
Fedel Diomede, apportata - di vita,
0 di morte mi sei?... Che rintracciasti?
Si compì il mio destin?.. parla. —
DIOMEDE
Regina,
I cenni tuoi ad adempir n’ andava,
Quando scendendo alla marina in rivaVidi affollar l’insana plebe al porto;
Confuse grida udii ; s’ eran di pianto,
Di gioia, o di stupor, nulla indagando,
V’andai io stesso, e la cagion funestaDi tal romor, pur troppo a me fu nota.
Poche, sdrucite, e fuggitive navi,
Miseri avanzi dell’ audaci squadre,
Eran 1’ oggetto de’ perversi gridi
* Del basso volgo, che schernisce ognora
* Quei, che non teme.
CLEOPATRA
E in esse eravi Anioni»?
DIOMEDE
Canidio, duce alla fuggiasca genteCredea trovarlo in questa terra amica.
In van di lui, e in terra, e in mar cercossi:Vinti, dispersi, e dal terror fugaliI soldati, che in folla approdan quivi,
Più dal dolor, che dal nemico oppressi,Chiedean scendendo, e in flebil voce Antonio•'L’ Egitto a loro il difensor richiama;
Tutti gridano invan; 1’ eco funestoDi tante voci, all’aura è sparso indarno,
Nè a lui perviene.
CLEOPATRA
Abbandonato, e solo,
E da tutti tradito è dunque Antonio?
E sarà invendicato?
DIOMEDEEh no, regina;
Lasciali gli Dei inferocir fra loro