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Tragedie e vita di Vittorio Alfieri : volume unico preceduto da un ragionamento storico-critico / del Prof. Silvestro Centofanti
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ANTONIO E

Mossemi ognor l’ambizion d’impero.

Tutte tentai, e niuna invan, le vie,

Che all’allo fin trarmi dovean gloriosa;

Ogni passione in me soggiacque a quella,

Ed alla mia passion le altrui servirò.

Cesare il primo, il crin mi cinse alteroDel gran diadema; e non al solo Egitto

* Leggi dettai, ché quanta terra oppressa

* Avea già Roma, e il vincitor di lei,

* Vidi talora ai cenni miei soggetta.

* Era il mio cor d’alta corona il prezzo,

* Nè l’ebbe alcun, fuorché reggesse il mondo.Un trono, a cui da si gran tempo avea

La virtude, l’onor, la fe’, donata,

Non lo volli affidare al dubbio evento,

E alla sorte inegual dell’ armi infide...

Serbar lo volli; e lo perdei fuggendo;...

Vacilla il piè su questo inerme soglio;

E a disarmare il vincitor nemico,

Altro più non mi resta che il mio pianto...

' Tardi m’affliggo, e non cancella il piantoUn tanto error, anzi lo fa più vile.

ISMENE

Regina, il tuo dolor desta pietadeIn ogni cor, ma la pietade è vana.

Rientra in te, rasciuga il pianto, e miraCon più intrepido ciglio ogni sventura;

* Nè soggiacer; ch’alma regale è forza

* Si mostri ognor de’ mali suoi maggiore.

I mezzi adopra che parran più prontiAlla salute, od al riparo almeno

Del regno tuo.

CLEOPATRA

Mezzi non vedo, ignotoDella gran pugna essendo ancor P evento;

Nè error novello, ai già commessi erroriAggiunger so, finché mi sia palese.

D’Azio lasciai l’instabil mar coperto

* Di navi, e d’ armi e di agguerrita gente;

Sì che l’onda in quel dì vermiglia, e tintaDi sangue fu, di Roma a danno ed onta.

Era lo stuol più numeroso, e forte,

* Quel eh’Antonio reggea, e le sue navi,

* Ergendo in mar li minaccevol rostri,

* Parean schernir coll’ ampia mole i legni

* Piccioli, e frali del nemico altero;

Si, questo è ver; ma avea la Sorte, e i NumiDa gran tempo per lui Augusto amici;

* E chi amici non gli ha, gli sfida invano.

Or che d’Antonio la fortuna è stanca,

Or che d’ Augusto mal conosco i sensi,

Or che, tremante, inulil voti io formo,

Nè so per chi; della futura sorte

Fra i dubbj orror, sola smaniando, e in preda

Ad un mortai dolor, che più sperare

Mi lice ornai? tutto nel cuor m’addita,

Che vinta son, che non si scampa a morte,

E a morte infame.

ISMENE

Non è tempo ancora

CLEOPATRA

Di disperare appien del tuo destino.

Chi può saper, s’ alle nemiche turbeNon avrà volto la fortuna il tergo;

Ovver se Augusto vincitor pietosoA te non renderà quanto ti dieroUn di, Cesare, e Antonio.

CLEOPATRA

Il cor nutrirmi

Potrò di speme, allor che ben distintiRavviserò dal vincitore il vinto;

Ma infin che ondeggia infra i rivai la sorte,Trapasserò i miei di mesti e penosiIn vano pianto; e di dolor non soloIo piangerò, ma ancor di sdegno, e d’ onta.Ma Diomede s’appressa;... il cuor mi palpita.

SCEMA II.

DIOMEDE, CLEOPATRA, ISMENE

CLEOPATRA

Fedel Diomede, apportata - di vita,

0 di morte mi sei?... Che rintracciasti?

Si compì il mio destin?.. parla. —

DIOMEDE

Regina,

I cenni tuoi ad adempir n’ andava,

Quando scendendo alla marina in rivaVidi affollar l’insana plebe al porto;

Confuse grida udii ; s’ eran di pianto,

Di gioia, o di stupor, nulla indagando,

V’andai io stesso, e la cagion funestaDi tal romor, pur troppo a me fu nota.

Poche, sdrucite, e fuggitive navi,

Miseri avanzi dell’ audaci squadre,

Eran 1’ oggetto de’ perversi gridi

* Del basso volgo, che schernisce ognora

* Quei, che non teme.

CLEOPATRA

E in esse eravi Anioni»?

DIOMEDE

Canidio, duce alla fuggiasca genteCredea trovarlo in questa terra amica.

In van di lui, e in terra, e in mar cercossi:Vinti, dispersi, e dal terror fugaliI soldati, che in folla approdan quivi,

Più dal dolor, che dal nemico oppressi,Chiedean scendendo, e in flebil voce Antonio•'L’ Egitto a loro il difensor richiama;

Tutti gridano invan; 1’ eco funestoDi tante voci, all’aura è sparso indarno,

Nè a lui perviene.

CLEOPATRA

Abbandonato, e solo,

E da tutti tradito è dunque Antonio?

E sarà invendicato?

DIOMEDEEh no, regina;

Lasciali gli Dei inferocir fra loro