ATTO QUARTO
Nulla adendo da Augusto, e nulla chiedo;Quanto potè, involommi, e sol mi restaUn ben, che ognor ebbe i tiranni a scherno ;Questa è 1’ alma romana, e non soggiaceAlle sventure mai, anzi più altera,
Tale riserba in se natia fierezza,
Che vinta ancor, può al vincilor far onta.
La mano istessa d’una donna imbelle,
Che a me toglie l’impero, a te lo dona;
Nè so di noi, chi più arrossir dovrebbe.Cleopatra, ad Augusto or mi posponi,
E n’hai ragion, chè l’alma tua ben degnaÈ di quella d’ Augusto : elle son pariIn bassezza, e d’egual tempra formate,
Ne fu a danno di me fabro l’Inferno.
Facea 1’ alto mio cuor, troppo contrasto,
Colla viltà de’vostri: itene alteriDel rapilo trionfo, e vi scordate,
Che dalla frode, e dall’ orror 1’ aveste.
Di tiranno, e di donna armi ben degne;
Armi usate dei vili, a Antonio ignote.
AUGUSTO
Ma l’odiosa diffidenza, e il basso,
E vii sospetto, dei tiranni ancora
Son 1’ armi usate: e ’1 grande Antonio in oggi
Dovria sdegnar d’accarezzarle in seno.
La diffidenza è sconosciuta a Augusto,
E in cuor d’altrui non l’eccitò giammai:
È colpevol Cleopatra, ma infelice;
Si, lutto in lei della nemica sorteM’addita i colpi, e più infelice ancoraMi par, che rea. Teco sul trono assisa,
Ed ebri entrambo d’un insano amore,
Di tuo splendor ella fu a parte un giorno :
Più sconsiglialo ancor ( poiché più grande )Degli errori di lei tu fosti a parte.
Compiango Antonio, e lo vorrei feliceA costo mio. E la regina ancoraIo pur salva vorrei rilrar da quella,
Che 1’ avvenir le appresta orrida sorte;
E ciò, noi posso.
ANTONIO
Il puoi, lo devi, Augusto,Ed il farai, se apprezzi ancor 1’ onore.
10 non accetto l’orgoglioso dono,
Che a me vuoi far, della metà del mondo;
11 mondo cedo, e sol ti chieggo, in oggi,
Che si serbi a Cleopatra il trono avito,
E che reggan 1’ Egitto i figli sui.
Per me non voglio, se non quanta terra,
A ricoprir fia d’uopo l’urna breve,
Che accoglierà fra poco il cener mio.
CLEOPATRA
Ah! che dicesti, Antonio? e qual riserbiNon meno a me, che a te crudel pensiero?Ah mio signor, che fai? ripiglia il trono,
E la vita, e l’onor; più della morte,
Questi doni mi sono acerbi, e crudi,
Se goderli con te non m’è concesso.
Ch’ io sola segga sul funesto soglio,
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Ch’ ambo n’accolse, e eh’ or tu avesti a sdegno?Ch’ io viva allor, che a disperata morteBarbaramente il tuo furor ti mena?
Inanimato corpo unqua non visse;
Io tal sarei, quando d’ Antonio scema.
Ah non fia mai. A te s’aspetta, Augusto,L’intera gloria di serbarlo in vita;
Si, malgrado di lui salvalo, e viva.
Se il mio morir, può sol placar l’infido,
In me rivolga la ferocia, e l’ira,
E il mio corpo si strazii a suo talento;
S’egli viva mi vuol, del mondo scherno,
E al trionfai tuo carro in Roma avvinta,Antonio viva, e regni,... al carro io volo.
Nulla ti chiesi, Augusto, infin che solaMi trovai nel periglio; ora lo deggioAd Antonio, a me stessa, e al mondo tutto,
Di non aver altro destin, che il suo!
Colla virtù, tu ne confondi entrambi;
, Alta vendetta, agli alti cuor concessa;
Salva Cleopatra, acciò fui salvo Antonio.
Io divisa da lui, non ho più vita,
Ei, pur troppo, da me vita riceve.
Tu impietosisci, Augusto: ah non rivolgiL’ umido ciglio altronde, ah no, non celaDi un benefico cuor divini i segni :
Solo l’ascolta, è generoso, e grande,
Ed eloquente più, che i detti miei:
A’ tuoi piedi n’avrò trionfo, o morte.
ANTONIO
Forse avvilir mi vuoi? forse ti scordi,
Che per Antonio preghi, e che l’imperoDel mondo tutto una viltà non vale?
AUGUSTO
Ardua in ver, ma gloriosa impresaFu sempre mai il soggiogar se stesso.
Benché, a danno di me, forse riportiIn sul mio cuor questa vittoria illustre,
Vie più grande ne fora ancor l’onore.
Saprassi un di, nelle future etadi,
Ch’ Augusto in un sol giorno il mondo ha vinto,E il vincitor del mondo. Alma regina,
Vivi, regna, dividi e vita e trono,
Se felice lo puoi, col prisco amante.
Colà nel tempio, testimoni i Numi,
E i Romani n’ avremo, e il mondo intero,Della non dubbia pace; e là si giuri,
Dell’ odio antico un memorando obblio.
Si mostri Antonio del mio don più grande;
L’accetti, e sia del donator 1’ eguale.
San gl’ imperi acquistar gli eroi comuni,
Ma sprezzarli non san, che Antonio, e Augusto.