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ANTONIO E CLEOPATRA
SCENA IV.
CLEOPATRA, ANTONIO
ANTONIO
Regina, a tanto, che ti spinge? amore,
Odio, o disprezzb? ah non l’amor per certo.Un trono allor, che di viltade è il prezzo,
Mi ricopre d’orror, d’infamia, e d’onta.
Io già ritrassi ogni pensier dal soglio,
E più intrepido il guardo ho volto a morte.Smentisca il Ciel li vaticinj miei,
Ma, se non erro, un di la morte ancoraFia il sol rimedio a tue sventure estreme.
Non è sincero, qual lo credi, Augusto,
Non è un eroe; e simularne i deltiQuasi non sa. Vanne regina al tempio:
Là degli uomini in faccia e degli Dei,
Se li piace cosi, vanne a arrossire:lo la vittima son prima, che debbeFarvi i numi propizj; e il sangue mioBastasse pure al reo furor d’Augusto...
Ricada in te più avventurata sorte,
Donna, di quella, ond’è il mio cor presago.
CLEOPATRA
Al par di te sprezzo la morte, e fora,
Se m’ingannasse Augusto, il mio rimedio.Quando fia necessario, e chi cel vieta?
Ma se tu m’ami ancora, e se d’AugustoSon veri i delti, e allor perchè morire?
Sa il mondo tutto, che da’ tuoi primi anni,Più ad accordar, che ad implorar perdonoAvvezzo fosti: or del perdon raccogliTu i dolci frutti, e a me l’onta ne resti.
E che sarà se non è il crudo amore,
Quel che mi spinge ad abbassarmi ai prieghi?Se amor non fosse, ad implorar mercede,
Non mi vedrebbe il vincitor; dal vintoSolo un ferro vorrei, solo la morte.
ANTONIO
Tu vuoi ch’io viva, e il dono iniquo accetti:
Io non dovrei, ma il mio dover cangiossi,
Da gran tempo di già, nel tuo volere.
Al tempio andrò, per impetrar dai NumiL’arte suprema, di conoscer gli empj.
SCENA V.
CLEOPATRA
No, che non vai, credulo amante, al tempio;Bensi ne vai a inaspettata morte...
Ritrovi morte, e tradimento atroce,
Dove vita attendevi, amore, e pace...
Come? rimorsi ancor? lungi n’andateVili da me... a intimorir n’andate
I cuor deboli, e stolti; o in me tacete...Abbandonarti, o trono, allor che il piedeInnalzo già, per risalirti altera?
Ah ciò non fia, perisca Antonio: pera
II mondo tutto, pria che lasciarti mai.
Ma qual braccio adoprar?... Ecco Diomede.
SCENA TI.
CLEOPATRA, DIOMEDE
CLEOPATRA
Il Ciel t’invia, Diomede; a lui ministroDell’ire sue li vuole: oggi perireAntonio deve: il vuol l’onor, la gloriaDi me tradita, e il vuol la pace ancora,
La sicurezza, e lo splendor d’ Egitto.
Più della tua, non ho destra, nè fida,
Nè ardita. Antonio passerà a momentiPer quel sentiero oscur, che dalla reggiaAl tempio mena, e là cada trafitto.
Eccoti il ferro ; ei lo ravvisi, e sappia,
Che quella man, che a lui fu cara un giorno,Alla tua l’affidò, oggi, a svenarlo;
E sappia ancor, che non s’insulta invano,Una regina, e donna. Egli mi volle,
Per la pace scambiar, serva d’Augusto;
Per me si uccida il traditore ingrato.
Va, non parla, obbedisci, e non t’arrestiL’atrocità del colpo. Allor che serviAI tuo sovran, più non vi son delitti;
Il lutto è onor. Ma che? vacilli? volaRapido apporlator del mio furore,
O tu primo cadrai vittima al suolo.