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Tragedie e vita di Vittorio Alfieri : volume unico preceduto da un ragionamento storico-critico / del Prof. Silvestro Centofanti
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LETTERA DI RANIERI DE’ CALSABIGI

slissimo e dovuto, quando ad onta di quello, nellascena seconda del suddetto atto, riprende acerba-mente Emone dell’oblio del dover di figlio verso ilpadre. L’addio delle due principesse all’atto terzofa piangere.

Tutto mi piace, e mi appassiona nella Virginia;e le libere parlale d’Icilio, e le artifiziose d’Appio,e le tenere fra il padre e la figlia. La scena, terzadell’alto terzo fra madre, padre, figlia e sposo, me-rita di esser molto meditata. Fra’tratti sorprenden-ti, dei quali èripiena, osservai un tocco di pennellomaestro, che adombra la catastrofe, e ne fui sor-preso ; eccolo :

Virg. Oh donna! oh di quai prodi

Perisce il seme, col perir di questeLibere, altere , generose piante !

Icil. Ben altrimenti piangere dovremmo,

Se fosser nati i tigli. A duro passoTraili saremmo or noi... Svenarli, o schiaviLasciarli... Ah! schiavo il sangue mio? Non mai...Padre io non son ;... se il fossi...

Virg. Orribil lampo

Mi fan tuoi detti traveder... Deh! taci,

Taci, per or.

Questa scena a me pare un modello di tragicapoesia, e la più bella che s’incontri nelle quattrotragedie.

Preveggo, amico riveritissimo, che lette avendofin qui queste mie osservazioni, ella mi riguarderàcome troppo parziale suo. Ma no; la verità mi dettòqueste lodi; la verità medesima mi obbliga a dirleciò che ancora trovare desidererei nelle suddettesue tragedie.

Qualche riflessione già feci a luogo suo toccantela condotta. Dissi con libertà amichevole quanto mivenne alla mente; accennai il difetto, forse ingan-nandomi; lo difesi, forse senza necessità. Adesso,quel che sono per dire, mi sembra che da lei me-riti qualche più serio riguardo.

Appunto nella Virginia non son contento,quante volte la rileggo, dello scioglimento. Muorela donzella uccisa dal padre: si solleva il popolo:ma Io scellerato Appio, dopo tanti e sì odiosi e siesecrandi misfatti, dopo avere, colla sua tirannicalibidine, eccilata in un padre tanto benemerito diRoma una disperazione cosi compassionevole e ne-cessaria; dopo esserci stalo dipinto, nel corso in-tiero dell’azione, degno dell’abborrimento di ognu-no, ed aver destala negli animi nostri, questasensazione; costui, non solo non paga colla mortela pena di tanti delitti in conformità della storia,ma trionfa , ma ancora minaccia e il misero Virgi-nio e la tumultuante plebe : e altro non si può ar-guire dagli ultimi suoi impudenti discorsi, se nonche, e per lo meno, ei rimanga impunito. Questacatastrofe inaspettata, e contraria alle leggi dellatragedia , e più ancora a quel desiderio che ella contanto senno e maestria ha insinuato negli spetta-tori , a forza di pennelleggiare vigorosamente ilcarattere iniquo del decemviro, deve necessaria-

mente rimandarli mal soddisfatti, e rammaricatinel vedere esultante l’abborrito personaggio, e op-pressa e straziata la virtù. A mio credere, per benterminar la sua tragedia, è forza farlo perire inscena: ella può sbrigarsene in pochi versi.

Anche lo scioglimento di Antigone può forsenon soddisfare tutti i lettori. So benissimo che ilcarattere infame di Creonte è tale, che la morte diun figlio, e unico, non deve portarlo alla dispera-zione. Ma i pochi versi, co’quali ei chiude l’azione,'possono far pensare che questa morte sia per luiindifferente, quando per altro si è egli mostratoassai compiacente, assai debole per il figlio, nelcorso della tragedia. Ha impiegato ogni mezzo persoddisfare i di lui amori ; nè i suoi rimproveri, nèle sue minacce, han potuto indurlo a prendere laminima precauzione di prudenza. L’affetto paternoè dunque dominante in Creonte; ma quando Emonesopra gli occhi suoi si uccide, egli non fa cheprevedere con freddezza il castigo del cielo.

Io poi nel Filippo avrei voluto che quel tiranno,nel fine dell’ ultima scena, avesse allontanato Go-mez, e fosse rimasto solo a pascere lo sguardo conatroce delizia, e di lui degna, dell’orrido spettacolodel figlio e della sposa estinti; e che in pochi sensie feroci di scherno per quegl’ infelici, saziasse lasua mostruosa vendetta con esultanza e compia-cenza , dichiarando la loro innocenza, e il sacrifizioche fatto ne aveva alla sola sua nera gelosia. Cosi»penso, sarebbero state date le ultime pennellateall’orribil suo carattere: ne avrebbe egli riportatoun generale e forse espressivo abborrimento allarappresentazione, come lo ha però meritalo. Mi dirà»ch’io mi lascio sedurre dalla maniera di Shakspea-re, e che quello che vorrei inserito nel Filippo»cagionerebbe nell’ udienza forse una commozioned’ orrore per il poeta. Ma quando ciò succedesse,crederei aver ottenuto l’intento che ciascheduno mscriver tragedie si deve proporre.

Ogni poeta ha la sua maniera, come l’hanno >pittori: ha la sua Sofocle, la sua Euripide, la suaCorneille, la sua Racine. Questi due tragici modernihanno ciaschedun di loro formato una scuola: quelladel primo tende al grande, al sublime, al maestoso!all’ampolloso, al vago, all’elegante, all’accurato, a*'1’ esatto inclina quella del secondo. L’una e l’aU raebbe i suoi seguaci, i suoi partigiani. Crebillon si d>'stinse in quella di Corneille : in quella di Racine nonsi osserva tragico di gran grido. Voltaire si fece unamaniera propria sua: cercò d’imitare l’uno e l’a*'tro; si abbandonò anche al suo ingegno, e si rcseoriginale. Shakspeare ha una maniera slravagante»rozza, selvaggia, ma dipinge al vivo, al vivo reo ,i caratteri e le passioni de’personaggi. Noi, (rag 101non abbiamo; ond’ella non ha potuto imitar nessuno dei nostri. Non veggo neppure imitali costan^temente da lei nè i Greci, nè i Francesi; mi se ^virò dunque per definir lei, dell’ espressione usa <da Tiberio per Curzio Rufo: Curtius Rufus videi 11 'mihi ex se natus. Ella è nalo da se, ed ha crea*