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Tragedie e vita di Vittorio Alfieri : volume unico preceduto da un ragionamento storico-critico / del Prof. Silvestro Centofanti
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PARERE DELL’ AUTORE INTORNO LE SUE TRAGEDIE

lutto il rimanente, e forse più ancora d’ogni altracosa ) cercare anche da sé stesso lo stile.

Questo verseggiare in somma, qual ch’egli sia,a me pare il men cattivo per tragedia, che si siafinora adoprato in lingua italiana: e ciò dico, per-chè veramente tale mi pare; non perchè io pre-tenda accertarlo, nè farlo altrui credere : e nonpenso che la lode sia grande ; poiché niuna trage-dia abbiamo assolutamente finora in Italia, chetutta intera si ardisca porre innanzi per buonaquanto allo stile, non che per ottima. Ed io reputoquesto come il men cattivo (inora, perchè mi pardi vedere in esso costantemente più brevità, piùenergia, più semplicità, e dignità e varietà, che inqualunque altro tragico verseggiare finora in Italiatentato da altri ; oltre all’ assai minor cantilena etrivialità di suono, che mi sembra pure di scor-gervi.

Ma io, tuttavia, lo reputo assai lontano daquella sua possibile perfezione che 1’ autore aveapiù assai nella mente che nella penna; perfezione,a cui qualch’ altro che verrà dopo, approfittandosiforse de’ suoi errori pur tanti, e di alcuna suascarsa bellezza, potrà più facilmente poscia con-durlo.

Ogni scrittore ha, o dee avere, una faccia suapropria: quella del presente tragico non è la dol-

cezza in supremo grado; quindi, ogniqualvolta siammetterà che la dolcezza debba essere il primopregio del più terribile genere di poesia che v’ ab-bia, l’autore di queste tragedie si dà interamenteper vinto, e si conosce incapace di tentare ciò cheper evidenza di ragione a lui non par essere il vero;e che, per l’impero della sua propria natura, alui riuscirebbe impossibile in questo genere. Ma, sela dolcezza al contrario dee sola regnare sovra ognialtro pregio nella lirica poesia, l’autore ha scrittoegli pure i suoi sonettucci pur troppi, e non pochealtre rime, su le quali poi si potrà giudicare se eglisapeva cosa sia la dolcezza del verseggiare, e dovee come adoprarla si debba.

Onde, il tutto riassumendo, conchiudo, che daquel segno a cui l’autore lascia le presenti trage-die quanto allo stile, non credo che lavorandoviegli pur anco veni’ anni gli verrebbe mai fallo diportarle notabilmente più oltre; ma che, in moltepicciolissime cose ( le quali, ove siano assai, nevengono a compor delle grandi ) sarebbe pur sem-pre scarsissima la intera.sua vita, quando egli tuttala impiegasse al far meglio : gran parola nelle arti;poiché nessuna opera umana la esclude; e quantopiù l’uomo in alcuna di esse s’inoltra, tanto piùvede che gli avanza della via, e che gli mancadella capacità e del tempo.

SU LE PRESENTI TRAGEDIE

Già dell’ ali sue calde il franco VoloGiovinezza da me lunge dispiega :

Dei ma, dei se, dei forse, ecco lo sluolo,Con la impiombala forza che 1’ uoin lega.

Dunqu’ è ornai tempo, eli’ io mi sacri al soloFreddo lavoro che 1’ anima sega;

La lima (io dico) onde pur tanto ha il duoloE chi l’adopra, e chi adoprarla niega.

Quercia, che altera agli onor primi aspiraFra quante altre torreggiano sul monte,

Allor che giunta in piena età si mira,

Non di rami novelli a ornar sua fronte,

Ma al vieppiù radicarsi il succo gira,

Per poi schernir d’Austro e di Borea fonte.

FINE