EPOCA SECONDA
ADOLESCENZA
ABBRACCIA OTTO ANNI D’ INEDUCA ZI ONE
Capitolo I.
Partenza dalla casa materna; ed ingresso nella
Accademia di Torino , e descrizione di essa.
Eccomi or dunque per le poste correndo aquanto più si poteva, in grazia che io al pa-gar della prima posta aveva intercesso pressoal pagante fattore a favore del primo posti-glione per fargli dar grassa mancia; il che miavea tosto guadagnato il cuor del secondo.Onde costui andava come un fulmine, accen-nandomi di tempo in tempo con l’occhio e unsorriso, che gli farei anche dare lo stesso dalfattore; il quale per essere egli vecchio ed obe-so, esauritosi nella prima posta nel raccon-tarmi delle sciocche storiette per consolarmi,dormiva allora tenacissimamente e russava co-me un bue. Quel volar del calesse mi davaintanto un piacere, di cui non avea mai pro-vato l’uguale : perchè nella carrozza di miamadre, dove anche di radissimo avea posto ilsedere, si andava di un quarto di trotticelloda far morire; ed anche in carrozza chiusa,non si gode niente dei cavalli: ma all’incon-tro nel calesse nostro italiano uno ci si trovaquasi sulla groppa di essi, e si gode moltissi-mo anche della vista del paese. Così dunquedi posta in posta, con una continua palpita-zione di cuore per il gran piacere di correre,e per la novità degli oggetti, arrivai final-mente a Torino verso l’una o le due ore dopomezzo giorno. Era una giornata stupenda, el’entrata di quella città per la porta nuova,e la piazza di S. Carlo fino all’Annunziala,presso cui abitava il mio zio, essendo tuttoquel tratto veramente grandioso e lietissimoall’occhio, mi avea rapito; ed era come fuordi me stesso. Non fu poi così lieta la sera,
perchè ritrovandomi in nuovo albergo, travisi sconosciuti, senza la madre, senza il mae-stro, con la faccia dello zio che appena aveavisto un’altra volta, e che mi riusciva assaimeno accarezzante e amoroso della madre ;tutto questo mi fece ricadere nel dolore, ènel pianto, e nel desiderio vivissimo di tuttequelle cose da me abbandonate il giorno an-tecedente. Dopo alcuni di, avvezzatomi poialla novità, ripigliai e l’allegria e la vivacitàin un grado assai maggiore eh’ io non avessimostrata mai; ed anzi fu tanta, che allo zioparve assai troppa ; e trovandomi essere undiavoletto, che gli metteva a soqquadro lacasa, e che per non avere maestro che mi fa-cesse far nulla, io perdeva assolutamente ilmio tempo, invece di aspettare a mettermiin Accademia all’ottobre, come s’era detto,mi v’ ingabbiò fin dal di 1 agosto dell’ an-no 1758.
In età di nove anni e mezzo io mi ritrovaidunque ad un tratto traspiantato in mezzo apersone sconosciute, allontanato affatto dai pa-renti, isolato ed abbandonato, per cosi dire,a me stesso; perchè quella specie di educa-zione pubblica (se chiamarla pur vorremoeducazione) in nessuna altra cosa fuorché ne-gli studj, e anche Dio sa come, influiva sul’animo di quei giovinetti. Nessuna massimadi morale mai, nessun ammaestramento dellavita ci veniva dato. E chi ce l’avrebbe dato,se gli educatori stessi non conoscevano ilmondo nè per teoria nè per pratica?
Era quell’ Accademia un sontuosissimoedificio diviso in quattro lati, in mezzo di cuiun immenso cortile. Due di essi lati erano oc-cupati dagli educandi ; i due altri dal regioteatro, e dagli archivj del re. In faccia a que-sti per l’appunto era il lato che occupavamo