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VITA DI VITTORIO ALFIERI
noi, chiamati del secondo e terzo appartamen-to; in faccia al teatro stavano quei del primo,di cui parlerò a suo tempo. La galleria supe-riore del lato nostro, chiamavasi terzo appar-tamento, ed era destinata ai più ragazzi, edalle scuole inferiori : la galleria del primopiano, chiamata secondo, era destinata ai piùadulti : dei quali una metà od un terzo stu-diavano all’ Università , altro edificio assaiprossimo all’Accademia ; gli altri attendevanoin casa agli sludj militari. Ciascuna galleriaconteneva almeno quattro camerate di undicigiovani ciaspheduna, cui presiedeva un pre-tuccio chiamato assistente ; per lo più un vil-lan rivestito, a cui non si dava salario nes-suno , e con la tavola sola e l’alloggio si tiravainnanzi a studiare anch’egli la teologia, o lalegge all’ Università : ovvero se non erano an-ch’essi studenti, erano dei vecchi ignorantis-simi e rozzissimi preti. Un terzo almeno dellato eh’ io dissi destinato al primo apparta-mento, era occupato dai paggi del re in nu-mero di 20, o 25, che erano totalmente se-parati da noi, all’angolo opposto del vastocortile, ed attigui agli accennati archivj.
Noi dunque giovani studenti eramo assaimale collocati così : fra un teatro, che non citoccava di entrarvi se non se cinque o sei serein tutto il carnevale; fra i paggi, che, attesoil servizio di corte, le cacce, e le cavalcate,ci pareano godere di una vita tanto più liberae divagata della nostra ; e tra i forestieri final-mente, che occupavano il primo appartamen-to, quasi ad esclusione dei paesani, essendo unacolluvie di tutti i boreali; Inglesi principalmen-te, Russi, e Tedeschi, e d’altri stati d’Italia: equesta era più una locanda che una educazione,poiché a niuna regola erano astretti, se nonse al ritrovarsi la sera in casa prima dellamezza notte. Del resto, andavano e a corte, eai teatri, e nelle buone e nelle cattive compa-gnie, a loro intero piacimento. E per suppli-zio maggiore di noi poverini del secondo eterzo appartamento la distribuzione localeportava, che ogni giorno per andare alla no-stra cappella alla messa, ed alle scuole diballo e di scherma, dovevamo passare per legallerie del primo appartamento; e quindi ve^derci continuamente in su gli occhi la sfrenatae insultante libertà di quegli altri ; durissimoparagone colla severità del nostro sistema,che chiamavamo andantemente galera. Chi
fece quella distribuzione era uno stolido, e nonconosceva punto il cuore dell’ uomo; non siaccorgendo della funesta influenza che dovevaavere in quei giovani animi quella continuavista di tanti proibiti pomi.
Capitolo II.
Primi sludj pedanteschi, e mal fatti.
Io era dunque collocato nel terzo apparta-mento, nella camerata detta di mezzo; affidatoalla guardia di quel servitore Andrea, chetrovatosi così padrone di me senza avere nè lamadre, nè lo zio, nè altro mio parente che lofrenasse, diventò un diavolo scatenato. Costuidunque mi tiranneggiava per tutte le cose do-mestiche a suo pieno arbitrio. E così l’assi-stente poi faceva di me, come degli altri tutti,nelle cose dello studio e della condotta usuale.Il giorno dopo il mio ingresso nell’Accademia,venne da quei professori esaminata la mia ca-pacità negli studj, e fui giudicato per un fortequartano, da poter facilmente in tre mesi diassidua applicazione entrare in terza. Ed infatti mi vi accinsi di assai buon animo, e co-nosciuta ivi per la prima volta l’utilissimagara dell’emulazione, a competenza di alcunialtri anche maggiori di me per età, ricevutopoi un nuovo esame nel novembre, fui as-sunto alla classe di terza. Era il maestro diquella un certo don Degiovanni, prete diforse minor dottrina del mio buono Ivaldi ; eche aveva inoltre assai minore affetto e solle-citudine per i fatti miei, dovendo egli badarealla meglio, e badandovi alla peggio, a quin-dici o sedici suoi scolari, che tanti ne avea.
Tirandomi così innanzi in quella scoluc-cia, asino, fra asini, e sotto un asino, io vispiegava il Cornelio Nipote, alcune egloghe diVirgilio, e simili: vi si facevano certi temisguaiati e sciocchissimi; talché in ogni altrocollegio di scuole ben dirette, quella sarebbestata al più una pessima quarta. Io non eramai l’ultimo fra i compagni: l’emulazione mispronava finché avessi o superato o aggua-gliato quel giovine che passava per il primo;ma pervenuto poi io al primato, tosto mi rio -tiepidiva e cadea nel torpore. Ed era io fors®scusabile, in quanto nulla poteva agguagliar® 1alla noia e insipidità di così falli studj. Si D -3 'ducevano le vite di Cornelio Nipote, ma nes-