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Tragedie e vita di Vittorio Alfieri : volume unico preceduto da un ragionamento storico-critico / del Prof. Silvestro Centofanti
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VITA DI VITTORIO ALFIERI

già aveva sortite dal naturale mio tempera-mento. Eppure, chi ’i crederebbe? piansi e so-spirai per la perdita di cotest’Andrea più epiù settimane; e non mi potendo opporre a chigiustamente voleva licenziarlo, e me l’avevalevato d’attorno, durai poi per più mesi adandarlo io a visitare ogni giovedì e domenica,essendogli inibito di porre i piedi in Accade-mia. Io mi Iacea condurre a vederlo dal nuovocameriere che mi aveano dato, uomo piuttostogrosso, ma buono e di dolcissima indole. Glisomministrai anche per del tempo dei danari,dandogliene quanto ne aveva, il che non eramolto: finalmente poi essendosi egli collocatoin servizio d’altri, ed io distratto dal tempo,e dalla mutazione di scena per me dopo lamorte dello zio, non ci pensai poi più. Doven-domi nei seguenti anni render conto in mestesso della cagione di quell’ affetto mio sra-gionevole per un sì tristo soggetto, se mi vo-lessi abbellire, direi che ciò proveniva forse inme da una certa generosità di carattere ; maquesta per allora non era la vera cagione: ben-ché in appresso poi, quando nella lettura diPlutarco io cominciai ad infiammarmi delloamor della gloria e della virtù, conobbi edapprezzai, e praticai anche potendo, la soddi-sfacentissima arte del render bene per male.Quel mio affetto per Andrea che mi avea purdato tanti dolori, era in me un misto dellaforza abituale del vederlo da seti’ anni sempredintorno a me e della predilezione da me con-cepita per alcune sue belle qualità; come lasagacità nel capire, la sveltezza e destrezzasomma nell’ eseguire; le lunghe storielte e no-velle ch’egli mi andava raccontando, ripienedi spirito, di affetti e d’immagini; cose tutte,per cui, passato lo sdegno delle durezze e ves-sazioni ch’egli mi andava facendo, egli mi sa-pea sempre tornare in grazia. Non capiscoperò, come abborrendo tanto per mia natural’essere sforzato e malmenato, mi fossi pureavvezzato al giogo di costui. Questa riflessionein appresso mi ha fatti talvolta compatire al-cuni principi, che, senza essere affatto imbe-cilli, si lasciavano pure guidare da gente cheavea preso il sopravvento sovr’essi nell’adole-scenza: età funesta, per la profondità delle ri-cevute impressioni.

Il primo frutto eh’ io raccolsi dalla mortedello zio, fu di poter andare alla cavallerizza;scuola che sino allora mi era stata sempre ne-

gata, e ch’io desiderava ardentissimamenle. Ilpriore dell’Accademia avendo saputa questamia smaniosa brama d’imparare a cavalcare,pensò di approfittarsene per mio utile: ondeegli pose per premio de’ miei studj la futuraequitazione quand’ io mi risolvessi a pigliareall’ Università il primo grado della scala dotto-resca, chiamato il Magistero, che è un esamepubblico alla peggio dei due anni di logica,fisica e geometria. Io mi vi indussi subito; ecercatomi un ripetitore a parte, che mi tor-nasse a nominare almeno le definizioni di co-deste mal fatte scuole, in quindici o venti giornimisi insieme alla diavola una dozzina di pe-riodi latini tanto da rispondere a quei pochiquesiti, che mi verrebbero fatti dagli esami-natori. Divenni dunque io non so come in menod’un mese maestro matricolato dell’arti, equindi inforcai per la prima volta la schienad’un cavallo; arte, nella quale divenni poi ve-ramente maestro molti anni dopo. Mi trovavoallora essere di statura piuttosto piccolo, eassai graciletto, e di poca forza nei ginocchi,che sono il pernio del cavalcare : con tutto ciòla volontà e la molta passione supplivano allaforza, e in breve ci feci dei progressi bastanti,massime nell’arte della mano e dell’intellettoreggenti d’accordo, e nel conoscere e indovi-nare i moti e l’indole della cavalcatura. A que-sto piacevole e nobilissimo esercizio io fui de-bitore ben tosto della salute, della cresciuta,e d’una certa robustezza che andai acquistandoa occhio vedente, ed entrai, si può dire, in unanuova esistenza.

Sepolto dunque lo zio, barattato il tutorein curatore, fatto maestro dell’arti, liberatodal giogo di Andrea, ed inforcato un destriero,non è credibile quanto andassi ogni giorno piùalzando la cresta. Cominciai a dire schietta-mente e al priore ed al curatore, che queglistudj della legge mi tediavano, che io ci per-deva il mio tempo; e che in una parola nonli voleva continuare altrimenti. Il curatore al-lora abboccatosi col governatore dell’ Accade-mia, conchiusero di farmi passare al primoappartamento, educazione molto larga, di cuiho parlato più sopra.

Vi feci dunque il mio ingresso il dì 8 mag-gio 1763. In quell’estate mi ci trovai quasi chesolo; ma nell’autunno si andò riempiendo diforestieri d’ogni paese quasi, fuorché Fran-cesi ; ed il numero che dominava era degli In-