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VITA DI VITTORIO ALFIERI
eil io molto meno che niuno altro, mi vennepresto a noia anche quella piccola soggezionedell’avermi sempre il cameriere alle reni, do-vunque i’ m’andassi. E tanto più mi riuscivagravosa questa servitù, quanto ch’ella era unaparticolarità usata a me solo di quanti ne fos-sero in quel primo appartamento, poiché tuttigli altri uscivano da sè, e quante volte il giornovolevano. Nè mi capacitai punto della ragioneche mi si dava di questo, che io era il più ra-gazzo di tutti, essendo sotto ai quindici anni.Onde m’incocciai in quell’ idea di volere uscirsolo anche io; e senza dir nulla al camerierenè a chi che sia, cominciai a uscir da me. Daprima fui ripreso dal governatore; e ci tornaisubito: la seconda volta fui messo in arrestoin casa, e poi liberato dopo alcuni giorni, fuida capo all’ uscir solo. Poi riarrestato più stret-tamente, poi riliberalo, e riuscito di nuovo; esempre così a vicenda più volte, il che duròforse un mese, crescendomisi sempre il gasti-go, e sempre inutilmente. Alla per fine dichia-rai in uno degli arresti, che mi ci doveano te-nere in perpetuo, perchè appena sarei statoliberato, immediatamente sarei tornato fuorida me; non volendo io nessuna particolaritànè in bene nè in male, che mi facesse essereo più o meno e diverso da lutti gli altri com-pagni; che codesta distinzione era ingiusta edodiosa, e mi rendeva lo scherno degli altri; chese pareva al sig. governatore eh’ io non fossid’età nè di costumi da poter far come gli al-tri del primo, egli mi poteva rimettere nel se-condo appartamento. Dopo tutte queste miearroganze mi toccò un arresto così lungo,checi stetti da tre mesi e più, e fra gli altri tuttol’intero carnevale del 1764. Io mi ostinai sem-pre più a non voler mai domandare d’esserliberato; e così arrabbiando c persistendo,credo che vi sarei marcito, ma non piegatomimai. Quasi tutto il giorno dormiva; poi versola sera mi alzava da letto, e fattomi portareuna materassa vicino al camminetto, mi visdraiava su per terra; e non volendo più rice-vere il pranzo solito dell’Accademia, che mifacevano portar in camera, io mi cucinava dame a quel fuoco della polenta, e altre cose si-mili. Non mi lasciava più pettinare, nè mivestiva, ed era ridotto come un ragazzo sal-vatico. Mi era inibito l’uscire di camera; malasciavano pure venire quei miei amici di fuoria visitarmi, i fidi compagni di quelle eroiche
cavalcate. Ma io allora sordo e muto, e quasiun corpo disanimato, giaceva sempre, e nonrispondeva niente a nessuno, qualunque cosami si dicesse. E stava così delle ore intere, congli occhi conficcali in terra, pregni di pianto,senza pur mai lasciare uscir una lagrima.
Capitolo IX.
Matrimonio della sorella. Reintegrazionedel mio onore. Primo cavallo.
Da questa vita di vero bruto bestia, mi li-berò finalmente la congiuntura del matrimo-nio di mia sorella Giulia col conte Giacinto diCumiana. Seguì il dì primo maggio 1764,giorno che mi restò impresso nella mente, es-sendo andato con tutto lo sposalizio alla bel-lissima villeggiatura di Cumiana distante diecimiglia da Torino, dove passai più d’un meseallegrissimamente, come dovea essere di unoscappato di carcere, detenutovi tutto l’inver-no. 11 mio nuovo cognato avea impetrata la mialiberazione, ed a più equi patti fui ristabilitonei dritti innati dei primi appartamentisti del-T Accademia; e così ottenni l’eguaglianza coni compagni mediante più mesi di durissimoarresto. Coll’ occasione di queste nozze avevaanche ottenuto molto allargamento nella fa-coltà di spendere il mio, il che non mi si po-teva oramai legalmente negare. E da questone nacque la compra del mio primo cavallo,che venne anco meco nella villeggiatura diCumiana. Era questo cavallo un bellissimosardo, di mantello bianco, di fattezze distinte,massime la testa, l’incollatura ed il petto. Loamai con furore, e non me lo rammento maisenza una vivissima emozione. La mia passioneper esso andò al segno di guastarmi la quiete,togliermi la fame ed il sonno, ogni qual voltaegli aveva alcuno incomoduccio: il che succe-deva assai spesso, perchè egli era molto arden-te, e delicato ad un tempo; e quando poi T avevafra le gambe, il mio affetto non m’impedivadi tormentarlo e malmenarlo anche tavoltaquando non volea fare a modo mio. La delica-tezza di questo prezioso animale mi servì bentosto di pretesto per volerne un altro di più>e dopo quello due altri di carrozza, e poi unodi calesselto, e poi due altri di sella; c cosi nimen d’un anno arrivai sino a otto, fra gli schia-mazzi del tenacissimo curatore, ch’io lasciava