EPOCA TERZA
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la dottrina, mi rendè delizioso codesto soggior-no, a segno che, oltre al vederlo per lo piùogni mattina a pranzo dal fratello, anche lelunghe serate dell’inverno io preferiva puredi passarmele intere da solo a solo con lui,piuttosto che correre attorno pe’ divertimentisciocchissimi del gran mondo. Con esso ioimparava sempre qualche cosa ; e tanto erala di lui bontà e tolleranza, che egli sapea,per così dire, alleggerirmi la vergogna ed ilpeso della mia ignoranza estrema, la qualetanto più fastidiosa e stomachevole gli doveapur comparire, quanto maggiore ed immensoera in esso il sapere. Cosa, che non mi essendofin allora accaduta con nessuno dei non moltiletterati ch’io avessi dovuto trattare, me liavea fatti tutti prendere a noia. E ben doveaessere così, non essendo in me niente minorel’orgoglio, che l’ignoranza. Fu in una diquelle dolcissime serate, eh’ io provai nel piùintimo della mente e del cuore un impelo ve-ramente febeo, di rapimento entusiastico perl’arte della poesia; il quale pure non fu thèun brevissimo lampo, che immediatamente sitornò a spegnere, e dormi poi sotto cenereancora degli anni ben molti. Il degnissimo ccompiacentissimo abate mi stava leggendoquella grandiosa ode del Guidi alla Fortuna ;poeta, di cui sino a quel giorno io non aveaneppur mai udito il nome. Alcune stanze diquella canzone, e specialmeute la bellissimadi Pompeo, mi trasportarono a un segno indi-cibile; talché il buon abate si persuase e midisse che io era nato per far dei versi, e cheavrei potuto, studiando, pervenire a farne de-gli ottimi. Ma io, passalo quel momentaneofurore,trovandomi così irrugginite tutte le fa-coltà della mente, non la credei oramai cosapossibile, e non ci pensai altrimenti.
Intanto l’amicizia e la soave compagnia diquell’uomo unico, che è un Montaigne vivo,mi giovò assaissimo a riassestarmi un pocol’animo, onde ancorché non mi sentissi deltutto guarito, mi riavvezzai pure a poco apoco a leggicchiare e riflettere, assai più chenon avessi ciò fatto da circa diciotto mesi.Quanto poi alla città di Lisbona, dove non misarei trattenuto neppur dieci giorni, se nonvi fosse stato l’abate, nulla me ne piacquefuorché in generale le donne, nelle quali ve-ramente abbonda il lubricus adspici di Orazio.Ma, essendomi ridivenuta mille volte più cara
la salute dell’ animo che quella del corpo , iomi studiai e riuscii di sfuggire sempre leoneste.
Verso i primi di febbraio partii alla voltadi Siviglia e di Cadice : nò portai meco altracosa di Lisbona, se non se una stima ed ami-cizia somma pel suddetto abate di Caluso,eh’ io sperava di riveder poi, quando che fos-se, in Torino. Di Siviglia me no andò a genioil bel clima, e la faccia originalissima spa-gnuolissima che tuttavia conservavasi codestacittà sovra ogni altra del regno. Ed io sempreho preferito originale anche tristo ad ottimacopia. La nazione spagnuola, e la portoghesesono infatti quasi oramai le sole di Europache conservino i loro costumi, specialmentenel basso e medio celo. E benché il buono visia quasi naufrago in un mare di storture diogni genere che vi predominano, io credo tut-tavia quel popolo una eccellente materia primaper potersi addirizzar facilmente ad ope-rar cose grandi, massimamente in virtù mili-tare , avendone essi in sovrano grado tutti glielementi; coraggio, perseveranza, onore, so-brietà, obbedienza, pazienza ed altezza dianimo.
In Cadice terminai il carnevale bastante-mente lieto. Ma mi avvidi alcuni giorni dopoesserne partito alla volta di Cordova, che ri-portato n’ avea meco delle memorie gadilane ,che alcun tempo mi durerebbero. Quelle feritepoco gloriose mi amareggiarono assai quellunghissimo viaggio da Cadice a Torino, cheio intrapresi di fare d’un sol fiato così ad on-cia ad oncia per tutta la lunghezza della Spa-gna sino ai confini di Francia, di dove già viera entrato. Ma pure a forza di robustezza,ostinazione e sofferenza , cavalcando, sfangandoa piedi, e strapazzandomi d’ogni maniera,arrivai, assai mal concio a dir vero, a Perpi-gnano, di dove poi continuando per le posteebbi a soffrir molto meno. In quel gran trattodi terra i due soli luoghi che mi diedero unaqualche soddisfazione, furono Cordova e Va-lenza: massimamente poi tutto il regno diValenza, che misurai per lo lungo sul finir dimarzo, ed era per tutto una primavera tepidac deliziosissima, di quelle veramente descrittedai poeti. Le adiacenze poi e i passeggi, e lelimpide acque, e la posizione locale della cittàdi Valenza, e il bellissimo azzurro del di leiciclo, e un non so che di clastico ed amoroso