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VITA DI VITTORIO ALFIERI
buon’ora mi ritrovo un’altra volta a Torino:ma per non mi vi far vedere, e non esser lafavola di tutti, non entro in città; mi soffermoin un’osteriaccia del subborgo, e di là sup-plichevolmente scrivo alla mia signora àdirataperch’ella mi perdoni questa scappata, e mivoglia accordare un po’d’udienza. Ricevo to-stamente risposta. Elia, che era rimasto in To-rino per badare alle cose mie durante il mioviaggio che dovea esser d’ un anno; Elia desti-nato sempre a medicare, o palliar le miepiaghe, mi riporta quella risposta. L’udienzami vien accordata; entro in città, come pro-fugo, su rimbrunire della notte; ottengo ilmio intero vergognoso perdono, riparto al-l’alba consecutiva verso Milano, rimasti d’ac-cordo fra noi due che in capo di cinque o seisettimane sotto pretesto di salute me ne ritor-nerei in Torino. Ed io in tal guisa palleggiatoa vicenda tra la ragione e l’insania, appenafirmata la pace, trovandomi di bel nuovo so-letto su la strada maestra fra i miei pensa-menti, fieramente mi sentiva riassalito dallavergogna di tanta mia debolezza. Così arrivaia Milano laceralo da questi rimorsi in unostato compassionevole ad un tempo e risibile.Io non sapeva allora, ma provava per espe-rienza quel profondo ed elegante bel detto delnostro maestro d’Amore, il Petrarca:
Che chi discerne è vinto da chi vuole.
Due giorni appena mi trattenni in Milano, sem-pre fantasticando, ora come potrei abbreviarequel maladelto viaggio, ed ora, come lo potreifar durare senza tener parola del ritorno: chèlibero avrei voluto trovarmi, ma liberarminon sapea, nè potea. Ma, non trovando maiun po’ di pace se non se nel moto e divaga-zione del correr la posta, rapidamente per Par-ma, Modena e Bologna, mi rendei a Firenze:dove nè pure potendomi trattener più di duegiorni, subito ripartii per Pisa e Livorno. Quivipoi ricevute le prime lettere della mia signo-ra, non potendo più durare lontano, ripartiisubito per la via di Lerici e Genova, dove la-sciatovi l’abate compagno, e il legno da ri-sarcirsi, a spron battuto a cavallo me neritornai a Torino, diciotto giorni dopo essernepartilo per fare il viaggio d’un anno. C’ entraianche di notte per non farmi canzonar dallagente. Viaggio veramente burlesco, che puremi costò dei gran pianti.
Sotto l’usbergo (non del sentirmi puro)ma del mio viso serio e marmoreo, scansai lecanzonature dei miei conoscenti ed amici, chenon si attentarono di darmi il ben tornalo. Edin fatti, troppo era mal tornato; c divenutooramai disprezzabilissimo agli stessi occhi miei,io caddi in un tale avvilimento e malinconia,che se un tale stato fosse lungamente durato,avrei dovuto o impazzire, o scoppiare, comein fatti venni assai presso all’uno ed all’altro.
Ma pure strascinai quelle vili catene ancoradal finir di giugno del 74, epoca del mio ri-torno da quel semi-viaggio, sino al gennaiodel 75, quando alla per fine il bollore della miacompressa rabbia giunto all’estremo scoppiò.
Capitolo XV.
Liberazione vera. Primo sonetto.
Tornato io una tal sera d’opera ( insulso etediosissimo divertimento di tutta l’Italia) doveper molte ore mi era trattenuto nel palco del-l’odiosamala signora, mi trovai così esube-rantemente stufo, che formai la immutabilerisoluzione di rompere sì fatti legami per sem-pre. Ed avendo io visto per prova che il cor-rere per le poste qua e là non mi avea prestatoforza di proponimento, che anzi me l’avea su-bito indebolita e poi tolta, mi volli mettere amaggior prova, lusingandomi che in uno sforzopiù difficile riuscirei forse meglio, stante l’osti-nazione naturale del mio ferreo carattere. Fer-mai dunque in me stesso di non mi movere dicasa mia, che come dissi le stava per l’ap-punto di faccia; di vedere, e guardare ognigiorno le di lei finestre, di vederla passare, diudirne in qualunque modo parlare ; e con tuttociò, di non cedere oramai a nulla, nè ad am-basciale dirette, o indirette, nè alle remini-scenze, nè a cosa che fosse al mondo, a vederese ci creperei, il clic poco importavami, o sealla fin fine la vincerei. Formato in me talproponimento, per legarmivi contraendo conuna qualche persona come un obbligo di ver-gogna, scrissi un bigliettino ad un amico miocoetaneo, che molto mi amava, con chi s’erafatta l’adolescenza, e che allora da parecchimesi non mi vedea più, compiangendomi moltodi esser naufrago in quella Cariddi, e non po-tendomene cavar egli, nè volendomi perciòparer d’approvare. Nel bigliettino gli dava