EPOCA TERZA
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o qualunque altra regina tragediabile, fuorchéTesser io avvezzo da mesi ed anni a vederenell’anticamera di quella signora alcuni bel-lissimi arazzi, che rappresentavano varj fallidi Cleopatra e di Antonio.
Guarì poi la mia signora di codesta suaindisposizione; ed io senza mai più pensare aquesta mia sceneggiatura risibile, la depositaisotto un cuscino della di lei poltroncina, doveella si stette obbliata circa un anno; e cosìfurono frattanto, sì dalla signora che vi si se-
Non men di lui parmi superbo, e fieroMa assai più ingiusto il fortunato Ottavio,
Ah se l’aspre querele , e i torti espressiSotto cui giace afflitta umanilade,
Se vi son noti in ciel, saria pietadeIl fulminar color che ingiusti e reiVonno quaggiù raffigurarvi, o dei. iparte ) (t)
LACHESI
O veridico amico, o raro donoDel Ciel co’Regi di tal dono avari (2).
CLEOPATRA
Veri, ma inutil foran i tuoi deltiSe più d’Antonio il braccio invitto a latoNon veglia in cura della gloria mia (3),Disperata che fo? dove m’ aggiro?
A infame laccio, e a servii catena,
Tenderò dunque umile e supplicanteE collo e braccia, al vincitore altiero,
Questi che già di si bel nodo avvinti,
Nodo fatai! (4), funesto amor! che priaTua serva femmi, e poi di tirannia.
LACHESI
Signora, ancor della nemica corteTentali ancor non hai li guadi estremiForse, chi sa, s’ alle nemiche turbeavesse la Fortuna volto il dorso,
Se Antonio coi guerrier fidi ed audaci,Rientrando in se, dalle lor mani inique,
Non strappò la vittoria
CLEOPATRA
Ah nò: die fidoSolo all’amor, più non curò d’onore;
Sol sconsigliala io fui. sola infelice,
Almen del Ciel placar potessi io l’iraMa se a pubblico scorno ci mi riserva,
Saprò con mano generosa, e forteForse smentire i suoi decreti ingiusti;
Non creder già, che sol d’amante il coreAlberghi in sen, eli’ ancor quel di reginaNobile, e grande ad alto fin m’invita,L’infamia al vii, morte all’ardir si aspetta,Dubbia non è fra questi due la sciella
(1) Qui le informi reminiscenze del Melastasio traevano l’au-tore a rimare senza avvedersene.
(2) È venuto scritto avari iti vece dì avaro.
(3) Sia maledetto, se mai un punto fermo ci casca.
(4) Nascea quest’autore con una predilezione smauiosa per levirgole.
deva abitualmente, sì da qualunque altri acaso vi si adagiasse, covate in tal guisa fra lapoltroncina e il sedere di molti, quelle mie tra-giche primizie.
Ma, trovandomi vie più sempre tediato edarrabbiato di far quella vita serventesca, nelmaggio di quello stesso anno 74, presi subita-neamente la determinazione di partire per Ro-ma, a provare se il viaggio e la lontananzami guarirebbero di quella morbosa passione.Afferrai l’occasione d’una acerba disputa avutacon la mia signora, ( e queste non erano rare )e senza dir altro, tornato la sera a casa mia,nel giorno consecutivo feci tutte le mie dispo-sizioni, e passalo tutto quell’intero giornosenza capitare da lei, la mattina dopo pertempissimo me ne partii alla volta di Milano.Essa non lo seppe che la sera prima, (credoil sapesse da qualcuno di casa mia ) e subitoquella sera stessa al tardi mi rimandò, comeè d’uso, c lettere e ritratto. Quest’invio giàprincipiò a guastarmi la testa, e la mia riso-luzione già tentennava. Tuttavia, fattomi buonanimo, mi avviai, come dissi, per le posteverso Milano. Giunto la sera a Novara , saet-tato tutto il giorno da quella sguaiatissimapassione; ecco clic il pentimento, il dolore ela viltà mi muovono un sì feroce assalto alcuore, che fattasi ornai vana ogni ragione,sordo al vero, repentinamente mi cangio. Foproseguire verso Milano un abate francesech’io m’era preso per compagno, con la car-rozza e i miei servi, dicendo loro di aspettarmiin Milano. Intanto io soletto, sei ore innanzigiorno, salto a cavallo col postiglione per gui-da, corro tutta la notte, e il giorno poi di
Ma almen, potessi, ancor di Marco (1),Dimmi, noi rivedrò? per lui rovino,
Lassa, morir senza di lui degg’io?
E su questo bell’ andare proseguiva questo beldramma, finché vi fu carta: e pervenne sino allametà della prima scena dell’atto terzo, dove o cessassela cagione clic facea scriver 1’ autore, o non gli venissepiù altro in penna, rimase per allora arrenata la dilui debil barchetta , troppo anche mal allestita e scemad’ogni carico, perch’ella potesse neppur naufragare.
E parmi che i versi fin qui ricopiati sian anchetroppi, per dare un saggio non dubbio del saper faredell’autore nel gennaio dell’anno 1774.
(1) Rimaste due siHafc nella penna pel troppo delirante af-fetto.