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EPOCA
e ne distesi i tre primi capitoli. Poi, non misentendo lingua abbastanza per ben esprimerei miei pensamenti, lo differii per non averlopoi a rifondere tutto allorché ci tornerei percorreggerlo. Nell’ agosto di quell’anno stesso,a suggerimento e soddisfazione dell’ amata,ideai la Maria Stuarda. Dal settembre in giùverseggiai l’Oreste, con cui terminai quel-l’anno per me travagliatissimo.
Passavano allora i miei giorni in una quasiperfetta calma, e sarebbe stata intera, se nonfossi stato spesso angustiato dal vedere la miaDonna angustiata da continui dispiaceri dome-stici cagionatile dal querulo, sragionevole, esempre ebro attempato marito. Le sue peneeran mie, e vi ho successivamente patito do-lori di morte. Io non la poteva vedere se nonla sera, e talvolta a pranzo da lei; ma semprepresente lo sposo, o al più più standosi eglidi continuo nella camera contigua. Non giàch’egli avesse ombra di me più che d’altri;ma era tale il di lui sistema; ed in nove annie più che vissero insieme quei due coniugi,mai e poi mai e poi mai non c uscito egli dicasa senza di lei, nè ella senz’ esso: continuitàche riuscirebbe stucchevole per fino fra duecoetanei amanti. Io dunque tutto 1’ interogiorno me ne stava in casa studiando, dopoaver cavalcato la mattina per un par d’oreun ronzino d’affitto, per mera salute. La serapoi io trovava il sollievo della sua vista, maamareggiato pur troppo dal vederla, comedissi, quasi sempre afflitta ed oppressa. Se ionon avessi avuta la tenacissima occupazionedello studio, non mi sarei potuto piegare alvederla sì poco, e in tal modo. Ma anche, seio non avessi avuto quell’ unico sollievo dellasua dolcissima vista per contravveleno allaasprezza della mia solitudine, non avrei maipotuto resistere a uno studio cosi continuo, ecosì, direi, arrabbiato.
In tutto il 79 verseggiai la Congiura deiPazzi; ideai la Rosmunda, l’Ottavia, e il Ti-moleone; stesi la Rosmunda, e Maria Stuarda;verseggiai il don Garzia; terminai il primocanto del poema, e inoltrai non poco il se-condo.
In mezzo a sì calde e faticose occupazionidella mente, mi trovava anche soddisfatti gliaffetti del cuore, tra 1’ amata Donna presente,e due amici lontani, con cui mi andava sfo-gando per lettere. Era 1’ uno di questi, il GoriAlfieri
QUARTA
di Siena; il quale anche due o tre volte eravenuto in Firenze a vedermi: l’altro era l’ot-timo abate di Caluso, il quale verso la metàdi quell’anno 79 venne poi in Firenze, chia-matovi in parte dall’ intenzione di godersi perun anno quella beatissima lingua toscana, edin parte (me ne lusingo) chiamatovi dal pia-cere di essere con chi gli voleva tanto benequanto io; ed anche per darsi ai suoi studjpiù quetamente e liberamente che non gli ve-■ niva fatto in Torino, dove fra i suoi tanti efratelli, e nipoti, e cugini , e indiscreti d’al-tro genere, la di lui mansueta e condiscen-dente natura lo costringeva ad essere assaipiù d’ altri che suo. Un anno presso che in-tero egli stette dunque in Firenze; ci vedeva-mo ogni giorno, e si passava insieme di molleore del dopo pranzo. Ed io nella di lui piace-vole ed erudita conversazione imparai senzaquasi avvedermene più cose assai che nonavrei fatto in molti anni sudando su molti li-bri. E tra l’altre, quella di cui gli avrò eternagratitudine, si c di avermi egli insegnato a gu-stare e sentire e discernere la bella ed im-mensa varietà dei versi di Virgilio, da me finallora soltanto letti ed intesi; il che per lalettura di un poeta di tal fatta, e per l’utileche ne dee ridondare a chi legge, viene a dirquanto nulla. Ho tentato poi (non so conquanta felicità) di trasportare nel mio versosciolto di dialogo quella incessante varietà diarmonia, per cui raramente due versi somi-gliantisi si accoppiano; quelle diverse sedi d’in-lerrompimento e quelle trasposizioni ( perquanto l’indole della lingua nostra il conce-de), dalle quali il verseggiar di Virgilio riescesì maraviglioso, e sì diverso da Lucano, daOvidio, e da tutti. Differenze diffìcili ad espri-mersi con parole, e poco concepibili da chidell’ arte non è. Ed‘era pur necessario eh’ iomi andassi aiutando qua e là per far tesorodi forme e di modi, per cui il meccanismodel mio verso tragico assumesse una facfcia suapropria, e si venisse a rialzare da per sé,perforza di struttura; mentre non si può in talgenere di composizione aiutare il verso, nègonfiarlo con i lunghi periodi, nè con lemolte immagini, nè con le troppe trasposizio-ni, nè con la soverchia pompa o stranezzadei vocaboli, nè con ricercali epiteti; ma lasola semplice e dignitosa sua giacitura di pa-role infoude in esso la essenza del verso, senza
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