EPOCA
quella di non punto vederla. Io non potevadecentemente seguitarla sì tosto in Roma. Peraltra parte non mi era possibile più di cam-pare in Firenze. Vi stetti tuttavia tutto il gen-naio dell’81, e mi parvero quelle settimane,degli anni, nò potei più proseguire nessunlavoro, nè lettura, nè altro. Presi dunque ilcompenso di andarmene a Napoli; e scelsi,come ben vede ciascuno, espressamente Napo-li, perchè ci si va passando di Roma.
Già da un anno e più mi si era di belnuovo diradata la sozza caligine della secondaaccennata avarizia. Aveva collocato in duevolte più di centosessanta mila franchi nei vi-talizj di Francia; il che mi facea tenere sicura«ramai la sussistenza indipendentemente dalPiemonte. Onde io era tornato ad una giustaspesa, ed avea ricomperato cavalli, ma soliquattro, che ad un poeta n’avanzano. 11 caroabate di Caluso era anche tornato a Torinoda più di sei mesi ; quindi io senza nessunosfogo d’amicizia, e privo della mia Donna,non mi sentendo più esistere, il bel primo difebbraio mi avviai bel bello a cavallo versoSiena, per abbracciarvi 1’ amico Gori, e sgom-brarmi un po’il cuore con esso. Indi proseguiiverso Roma, la di cui approssimazione mi fa-cea palpitare; tanto è diverso l’occhio del-l’amante da tutti gli altri. Quella regione vuotainsalubre, che tre anni innanzi mi parea quelch’era, in questo venire mi si presentavacome il più delizioso soggiorno del mondo.
Giunsi; la vidi, (oh Dio, mi si spacca an-cora il cuore pensandovi ) la vidi prigionieradietro una grata, meno vessata però che nonl’avea vista in Firenze, ma per altra cagionenon la rividi meno infelice. Eramo insommadisgiunti; e chi potea sapere per quanto il sa-remmo? Ma pure io mi appagava piangendo,ch’ella si potesse almeno a poco a poco ri-cuperare in salute; e pensando eh’ ella potrebbepur respirare un’aria più libera, dormiretranquilli i suoi sonni, non sempre tremare diquella indivisibile ombra dispettosa dell’ebromarito, ed esistere in somma; tosto mi pareanoe men crudeli e meri lunghi gli orribili giornidi lontananza, a cui mi era pur forza di as-soggettarmi.
Pochissimi giorni mi trattenni in Roma ;ed iu quelli, amore mi fece praticare infinitepieghevolezze e destrezze, eh’ io non avrei po-ste in opera nè per ottenere l’impero dell’uni-
QUARTA 675
verso: pieghevolezze, ch’io ferocemente ricu-sai praticare dappoi, quando presentandomi allimitare del Tempio della Gloria, ancorchémolto dubbio se vi potrei ottenere l’accesso,non ne volli pur mai lusingare nè incensarecoloro che n’erano, o si teneano, custodi diesso. Mi piegai allora al far visite, al corteg-giare pur anche il di lei cognato, dal qualesoltanto dipendeva oramai la di lei futura to-tal libertà, di cui ci andavamo entrambi lu-singando. Io non mi estenderò gran fatto sulproposito di questi due personaggi fratelli,perchè furono in quel tempo notissimi a cia-scheduno: e sebbene poi verisimilmentc l’obliogli avrà sepolti del tutto col tempo, a me nonsi aspetta di trarneli, laudare non li potendo,nè li volendo biasimare. Ma intanto l’aver ioumiliato il mio orgoglio a costoro, può riu-scire bastante prova dell’ immenso mio amoreper essa.
Partii per Napoli, come promesso l’avea,e come, delicatamente operando, il dovea.Questa separazione seconda mi riusci ancorpiù dolorosa della prima in Firenze. E già inquella prima lontananza di circa quarantagiorni, io avea provato un saggio funesto delleamarezze che mi aspettavano iu questa secon-da, più lunga ed incerta.
In Napoli la vista di quei bellissimi luoghinon essendo nuova per me, ed avendo io unasì profonda piaga nel cuore, non mi diede quelsollievo eh’ io me ne riprometteva. I libri eranoquasi che nulla per me; i versi e le tragedieandavan male, o si stavano; ed in somma ionon campava che di posta spedita, e di postaricevuta, a null’allro potendo rivolger l’animose non se alla mia Donna lontana. E me n’an-dava sempre solitario cavalcando per quelleamene spiagge di Posilipo e Baia, o versoCapova e Caserta, o altrove, per lo più pian-gendo; e sì fattamente annichilato, che colcuore traboccante d’affetti non mi veniva contutto ciò neppur voglia di tentare di sfogarlocon rime. Passai in tal guisa il rimanente difebbraio, sino al mezzo maggio.
Tuttavia in certi momenti meno gravosifacendomi forza, qualche poco andai lavorando.Terminai di verseggiare 1’ Ottavia; e riverseg-giai più che mezzo il Polinice, che mi parvedi una pasta di verso alquanto migliorata.Avendo finito l’anno innanzi il secondo cantodel poemetto, mi volli accingere al terzo; ma