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Tragedie e vita di Vittorio Alfieri : volume unico preceduto da un ragionamento storico-critico / del Prof. Silvestro Centofanti
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VITA DI VITTORIO ALFIERI

non potei procedere oltre la prima stanza, es-sendo quello un tema troppo lieto per quelmio misero stato d’allora. Sicché lo scriverlettere e il rileggere cento volte le lettere cheio ricevea di lei, furono quasi esclusivamentele mie occupazioni di quei quattro mesi. Gliaffari della mia Donna si andavano frattantorischiarando alquanto, e verso il fin di marzoella avea ottenuto licenza dal papa di usciredi monastero, e di starsene tacitamente comedivisa dal marito in un appartamento che ilcognato (abitante sempre fuori di Roma) lerilasciava nel di lui palazzo in città. Io avreivoluto tornare a Roma, e sentiva pure benis-simo che per allora non si doveva. I contrastiche prova un cuor tenero ed onoralo fra l’amoree il dovere, sono la più terribile e mortai pas-sione eh’ uomo possa mai sopportare. Io dun-que indugiai tutto l’aprile, e tutto il maggiomi era anche proposto di strascinarlo così; maverso il dodici di esso mi ritrovai quasi senzasaperlo, in Roma. Appena giuntovi, addottri-nato ed inspirato dalla necessità e da amore,diedi proseguimento e concepimento al già in-trapreso corso di pieghevolezze e astuziole cor-tigianesche per pure abitare la stessa città , evedervi T adorata Donna. Onde dopo tantesmanie, e fatiche e sforzi per farmi libero, mitrovai trasformato ad un tratto in uomo visi-tante , riverenzianle e piaggiante in Roma,come un candidato che avrebbe postulaloinoltrarsi nella prelatura. Tutto feci, a ognicosa mi piegai, e rimasi in Roma, tollerato daquei barbassori e aiutato anco da quei pre-tacchiuoli che aveano o si pigliavano unaqualche ingerenza negli affari della Donna mia.Ma buon per essa, che non dipendeva dal co-gnato e dalla di lui trista sequela, se non senelle cose di mera convenienza, e nulla poinelle di lei sostanze, le quali essa aveva incopia per altra parte, ed assai onorevoli e perallora sicurissime.

Capitolo IX.

Sludj ripresi ardentemente in Roma.

Compimento delle quattordici prime tragedie.

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Tosto ch’io un tal poco respirai da codestiesercizj di semi-servitù, contento oltre ognidire di un’onesta libertà per cui mi era datodi visitare ogni sera l’amata, mi restituii tutto

intero agli studj. Ripreso dunque il Polinice,terminai di riverseggiarlo: e senza più pigliarfiato, proseguii da capo l’Antigone, poi laVirginia, e successivamente l’Agamennone,l’Oreste, i Pazzi, il Garzia; poi il Timoleoneche non era stato ancor posto in versi; ed inultimo, per la quarta volta, il renitente Filippo.E mi andava talvolta sollevando da quellatroppa continuità di far versi sciolti, prose-guendo il terzo canto del poemetto; e nel de-cembre di quell’anno stesso composi d’unfiato le quattro prime odi dell’America Libera.A queste m’indusse la lettura di alcune bel-lissime e nobili Odi del Filicaja, che altamentemi piacquero. Ed io stesi le mie quattro insette soli giorni, e la terza intera in un giornosolo; ed esse con picciole mutazioni sono poirimaste quali furono concepite. Tanta è ladifferenza (almeno per la mia penna) che passatra il verseggiare in rima liricamente, o il farversi sciolti di dialogo.

Nel principio dell’ anno 82, vedendomi poitanto inoltrate le tragedie, entrai in speranza,che potrei dar loro compimento in quell’anno.Fin dalla prima io mi era proposto di non ec-cedere il numero di dodici ; e me le trovavaallora tutte concepite e distese, e verseggiate;e riverseggiate le più. Senza discontinuaredunque proseguiva a riverseggiare e limarequelle che erano rimaste; sempre progreden-dole successivamente nell’ordine stesso concui elle erano state concepite e distese.

In quel frattempo, verso il febbraio del-l’82, tornatami un giorno fra le mani la Me-rope del Maffei per pur vedere s’io c’imparavaqualche cosa quanto allo stile, leggendone quae là degli squarci, mi sentii destare improvvi-samente un certo bollore d’indegnazione e dicollera, nel vedere la nostra Italia in tantamiseria e cecità teatrale, che facessero credereo parere quella come l’ottima e sola delle tra-gedie, non che delle fatte fin allora (che que-sto lo assento anch’io), ma di quante se nepotrebber far poi in Italia. E immediatamentemi si mostrò quasi un lampo altra tragediadello stesso nome e fatto, assai più semplice ccalda e incalzante di quella. Tale mi si appre-sentò nel farsi ella da me concepire, direi perforza. S’ella sia poi veramente riuscita tale,lo decideranno quelli che verran dopo noi. Semai con qualche fondamento chi schiccheraversi ha potuto dire, Est Deus in nobis ; lo