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Tragedie e vita di Vittorio Alfieri : volume unico preceduto da un ragionamento storico-critico / del Prof. Silvestro Centofanti
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tanti tumulti che insorgevano ogni giorno inParigi dopo la convocazione degli Stati-Gene-rali, non mi impedisse di terminare tuttequelle mie edizioni tratte quasi al fine, e chenon dovessi dopo tante e sì improbe spese efatiche affondare alla vista del porto. Mi af-frettava quanto più poteva; ma così non face-vano gli artefici della tipografia del Didot chetutti travestitisi in politici e liberi uomini, legiornale intere si consumavano a leggere gaz-zette e far leggi, in vece di comporre, cor-reggere, e tirare le dovute stampe. Credei diimpazzarvi di rimbalzo. Fu dunque immensala mia soddisfazione, quando pure arrivò quelgiorno, in cui finite, imballate, e spedite sì inItalia che altrove, furono le tanto sudate tra-gedie. Ma non fu lunga quella contentezza,perchè le cose andando sempre peggio, sce-mando ogni giorno la sicurezza o la quiete inquesta Babilonia, e accrescendosi ogni giornoil dubbio, e i sinistri presagj per l’avvenire,chi ci ha che fare con questi scimiotti, comedisgraziatamente siamo nel caso sì la miaDonna che io, è costretto di temere sempre,non potendo mai finir bene.

Io dunque oramai da più d’un anno votacitamente vedendo e osservando il progressodi lutti i lagrimevoli effetti della dotta impe-rizia di questa nazione, che di tutto può suffi-cientemente chiacchierare, ma nulla può maicondurre a buon esito, perchè nulla intendeil maneggio degli uomini pratico, come acu-tamente osservò già e disse il nostro profetapolitico, Machiavelli. Laonde io addoloratoprofondamente, sì perchè vedo continuamentela sacra e sublime causa della libertà in talmodo tradita, scambiata, e posta in discreditoda questi semifilosofi; stomacato del vedereogni giorno tanti mezzi lumi, tanti mezzi de-litti, e nulla in somma d’intero se non sel’imperizia d’ogni parte; atterrilo finalmentedal vedere la prepotenza militare, e la licenzae insolenza avvocatesca posate stupidamenteper basi di libertà; io nuli’altro oramai desi-dererei, che di poter uscire per sempre diquesto fetente spedale, che riunisce gli incu-rabili c i pazzi. E già fuor ne sarei, se lamiglior parte di me stesso non vi si trovassedisgraziatamente por lei intralciata dalle suecircostanze. Insipidilo dunque io pure dalperenne dubitare e temere, da quasi un annoche son finite le tragedie, piuttosto vegetando

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che vivendo, strascino assai male i miei giorni;ed isterilitomi anche non poco il cervello conquasi tre anni di continuo correggere e stam-pare, a nessuna lodevole occupazione mi so,nè posso rivolgere. Ho intanto ricevuto, e voricevendo da molte parti notizia, esservi giuntal’edizione delle mie tragedie: e pare che tro-vino smercio, e non dispiacciano. Ma siccomele nuove mi sono date da persone piuttostoamiche mie, o benevole, non me ne lusingogran fatto. Ed in fine mi sono proposto fra mee me, di non accettare nè lode, nè biasimo,se non mi recano e T una e T altro il loroperchè: e voglio dei perchè luminosi, che ri-dondino in utile dell’arte mia e di me. Ma diquesti perchè pur troppo pochi se ne racca-pezza, e nessuno finora me n’è pervenuto. Ondetutto il rimanente reputo per non accaduto.Queste cose, benché io le sapessi già primabenissimo, non mi hanno però fatto mai ri-sparmiare nè la fatica nè il tempo, per fareil meglio quanto era in me. Tanto più lodene riceveranno forse le mie ossa col tempo,poiché io con tale tristo disinganno innanziagli occhi, ho pure sì ostinatamente persistitoa far bene più assai che a far presto, non mipiegando a corteggiare tìiai altri che il vero.

Quanto poi alle sei mie diverse operestampate in Kehl, non voglio pubblicare perora altro che le due prime, cioè V AmericaLibera , e la Virtù Sconosciuta, riserbandoT altre a tempi men burrascosi, ed in cui nonmi possa esser data la vile taccia, che nonmi par meritare, di aver io fatto coro coni ribaldi, dicendo quel ch’ossi dicono, e chepur mai non fanno, nè fare saprebbero, nòpotrebbero. Con lutto ciò ho stampate quelleopere , perchè 1’ occasione , come dissi, miv’invitò, e perchè son convinto, che chi lasciadei manoscritti non lascia mai libri: nessunlibro essendo veramente fatto e compito, s’eglinon è con somma diligenza stampato, rive-duto e limato sotto il torchio, direi, dall’au-tore medesimo. Il libro può anche non esserfatto nè compito, a dispetto di tutte questediligenze; pur troppo è così: ma non lo puòcerto essere veramente, senz’esse.

Il non aver dunque per ora altro che fare;l’aver molti tristi presentimenti, e il credermi( lo confesserò ingenuamente ) di aver purfatto qualche cosa in questi quattordici anni;mi hanno determinato di scrivere questa mia