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LETTERA DELL’ ABATE DI CALUSO
Quali sicno stati i miei sentimenti sulla suatomba, l’ho espresso ne’seguenti sonetti.
I.
Cuor, che al tuo strazio aneli; occhi bramosiDi vista che già già vi stempra in pianto;
Ecco il marmo cercato, e i non fastosiCaratteri, che son pur sommo vanto.
Qui posto è Alfieri. OimèLQuanl’uomo! e quantoD’amor, di fede in lui godetti, e posi!
Qual ne sperai da lui funebre canto,
Quando (osto avverrà che spento io posi!
Io vecchio, stanco, e senza voce ornaiIn Pindo, ove mal noto in basso scannoSpirarvi a gloria pochi giorni osai,
E inulti sopravvivo a tanto affanno.
Oh crudel morte, che lasciato m’haiPer ferir prima, ove sol lutto è il danno!
II.
Umile al piano suolo or 1’ ossa ascondeLapide scarsa, che ha il gran nome inscritto;Ma, quali invan li brameresti altronde,
Marmi dal Tebro qua faran tragittò;
E mole sorgerà, che d’ogni donde
S’accorra ad ammirarla a miglior dritto,
Che non colà sulle Niliache spondeLe altere tombe de’ Sovran d’Egitto.
Già Io scarpel del gran Canova, e l’artoBenedir odo, e te, che scelto all’opra,
Donna reai, hai si maestra mano,
Acciò con degno onorjier (e si copraChi tanto te onorò con degne carte :
E piangi pur, come se oprassi invano.
III.
Qua pellegrini nell’età futureVerran devoti i più gentili amanti:
Poiché non fia che prima il Tempo oscure,Che le scene d’Alfieri, i minor canti;
Da cui lue rare doti, e le ventureSapran dell’alto amor, Donna, onde avantiVita avevi in due vite, or solo a cureDi fé, non vivi, ma prolunghi i pianti.
E alcun dirà: Qual fra cotante, state
Chiare, può al par di questa andare alteraD’esimio, ardente amico, eccelso vate?
0 qual servo d’Amor mai ebbe, o speraPiù adorno oggetto, non che di beliate,
Ma d’ogni laude più splendente, o vera?
Più direi per mostrare qual amico ei fos-se, qual perdita abbiam noi falla, e l’Italia.Ma pietà vuole eh’ io sopprima le lagrime pernon concitamele più dolorose ; consolandolopiuttosto col rammentare che ne’ suoi scrittici resta immortale il suo ingegno, e P imma-gine viva di quella grand’anima, la quale as-sai chiaramente effigiata risplende già pur neilibri da lui pubblicati. Onde anche meno cidee rincrescere eh’ ei non abbia potuto ripu-lire questa sua storia, e che anzi ne sia laseconda parte soltanto un primo getto dellaminutata materia con frettolosa mano e conpostille e richiami, cosicché non è facile porvia luogo ogni cosa, o leggerla rettamente.
Ma non v’ è pericolo che perciò alcuno fac-cia della facoltà di scrivere del conte Alfieriminor concetto. Onde quello, che dianzi ho ac-cennato, di voler qui soggiungere alcuna scusa,non riguarda la dettatura, ma le cose. Alfieriin queste carte si è dipinto qual era ; nò chiscevro d’ogni rugginoso affetto Ieggeralle, al-tra idea ne trarrà che la verace. Ma l’acerbitàdel suo disdegno in più d’un tratto può moltioffendere. La quale se non si scorgesse in alcunaltro suo scritto, basterebbe, come ho detto,e la signora contessa fa, non lasciare vederquesti fogli che a qualche sicuro amico. Mapoiché i motivi che hanno a rendergli avversimolti animi, già sono pubblici in altri suoi li-bri , e lo splendore della sua gloria già bastaa concitargli contro gran fiel d’invidia, e po’poiqueste carte , comunque custodite , pur pos-sono venir in mano di men benevoli, sarà beneopporvi un poco di contravveleno.
Dico adunque distinguersi due ragioni dilode, quella di sommo, e quella d’irreprensi-bile ; delle quali essendo la seconda in questomisero mondo rarissima eziandio nella medio-crità , nel sommo non v’ c richiesta. Ora alsommo sempre sospingevasi Alfieri, c fra ipiù nobili affetti, che l’amor di gloria in quelgran cuore incendeva, fu sommo l’amore didue cose, ch’ei non sapea disgiungere, patriae libertà civile. Vero è che un filosofo disim-piegato nella monarchia è più libero assai cheil monarca; nò io mai altra libertà ho per mebramata, nò avuti a sdegno i doveri di sudditofedele. Ma quando ai sovrani piace venir chia-mati padroni dai sudditi tutti, pur troppo èfacile che taluno si cacci in capo fortementenon potervi essere libertà civile, dove il dritto