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Tomo terzo.
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«finzione da essere collocati tra co-loro che giovarono all’ incrementodella medesima. Salvador fu alcuntempo a Roma , ed è uno di co-loro che lasciarono ragionevoli operein diverse chiese delle principalicittà della Spagna.

SALVESTR1NI (Bartolommeo)nato a Firenze avanti il 1600 , fuprobabilmente il migliore allievodel Bilivert. Le poche sue pitturedi abbastanza castigato disegno,hanno un certo sfoggio di ornati ,che ricordano la maniera del Cal-liari, e lo ricorderebbero ancor piùvivamente, se avessero miglior co-lorilo. Morì giovane in patria vit-tima della pestilenza del 1630.

SALVETTI (Francesco), fioren-tino, il prediletto scolaro del Gab-biani, fu pure uno de’suoi più vi-cini imitatori, senza che per altropartecipasse alla gloria de’suoi cou-discepoli Redi e Luti,

SALVI (Tarquinioì da Sassofer-rato , operava nel 1573 , come nefa prova una tavola del Rosario ,che vedevasi poc’ anzi nella chiesadegli Eremitani della sua patria. Equesta copiosa di figure e di pre-gevole composizione , ma di tintetroppo basse e senza scelta di for-me ; per cui la memoria di ’! ar-quinio sarebbe ormai spenta , senon fosse associata a quella delfiglio ed allievo

- (Giovanni Battista) detto

dalla patria il Sassoferrato. Nacqueegli nel 1605, e dalla paterna scuolapassò giovinetto a Roma, dove dopoqualche anno recavasi a Napoli, percontinuare i suoi studj pittorici sottoil Domenichino, cui tanto si accostònella maniera del dipingere. Egliperò non si attenne ad un solo mae-stro, ma studiò attentamente le cosedell’Albano, di Guido, del Baroc-ci, e specialmente di Raffaello, ri-duceudo in piccola forma le opereche andava copiando di questi mae-stri. Nè ciò fece soltanto copiando,ma fuggì le grandi dimensioni an-

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cora nelle cose di sua invenzione'Senza possedere il bello ideale deiGreci, ne formò uno convenientis-simo al carattere di Maria Vergine,nella di cui espressione trionfa unadignitosa umiltà, facendo corrispon-dere all’ aria della testa la sempli-cità delle vesti e dell’acconciatura.Pecca talvolta di qualche durezzanelle tinte locali, ma seppe dare talerilievo alle figure colla dottrina delchiaroscuro, e tanto abbellirle collavaghezza del colorito, da fargli dibuon grado condonare qualche leg-gere durezza. Fece pochissime ta-vole d’altare, e quella del Rosarioa S. Sabina è delle più piccole chevedaosi nelle chiese di Roma , manon inferiore di merito alla piùgrande dipinta per una cappelladella cattedrale di Montefiascone. BSassoferrato era contemporaneo diCarlo Dolci. Trattarono lo stessosoggetto e 1’ uno e 1’ altro egregia-mente. Il Sassoferrato fece le Ma-donne assai più belle , ma fu dalDolci superato nella dolcezza delpennello. Sebbene di maniera to-talmente diversa, s’ incontrano tal-volta in modo da far sospettare che1’ uno imitasse 1’ altro. Il Sassofer-rato morì in Roma nel 1685.

SALVI (Antonio) orefice ed inta-gliatore fiorentino , fu uno dei va-ienti artisti che fecero nello spaziodi cento undici anni il magnificoaltare d’ argento che conservasi odtempio di S. Giovanni in Firenze,ed offre per così dire la storia del"l’arte dal 1366 al 1477. I princi-pali maestri, oltre il Salvi, furoooBartolomeo Cenni, Audrea del Ve*'rocchio, Antonio di Iacopo del Pd;lajolo , Berto di Gesi , Michele d*Monte ec.

SALVIATI ( Francesco RossiDE) chiamato comunemente Cecchin 0dei Saìviali nacque in Firenze circail 1510, e studiò gli clementi dellapittura con Giorgio Vasari sol} 0Andrea del Sarto c sotto BaccioBandinelle Mandato a Roma da'