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da Carlo Maralfa, dal Romanelli,da Solimene ec.
VINCENTE (Bartolomeo) naioin Saragozza nel 1640, fu scolaroin Madrid di Giovanni Carrenno,il quale per selle anni consecutivi lofece copiare diversi quadri dell’Escu-riale. Vincente preferiva a quellidelle alile scuole i tizianesclii, ondeacquistò buona maniera di colorire.t)opo avere sotto la direzione delmaestro dipinti alcuni quadri inCatalogna, tornò a Saragozza; doveprese ad insegnare le matematiche,senza però trascurare le molte com-missioni, che gli venivano date perquadri da cavalletto, di argomentisacri c profaui; s segnatamente dipaesaggi che sapeva fare assai belli.Fra le sue opere pubbliche vien datoil primo luogo ai freschi del con-vento degli Agostiniani ed alla pri-gione di S. Pietro dell’ universitàdi Saragozza. Mori in patria nel1700.
VINCI (Leonardo da) nacque daSer Pietro notaro della Signoria eda libera giovane, in Vinci, piccolocastello , posto a breve distanza diFucecchio, l’anno 1445; ma il pa-dre ne prese cura e sempre il tennein famiglia, come fosse legittimo fi-glio, e come tale ebbe poi partealla paterna eredità. Fino dalla fan-ciullezza, avendo Lionardo da na-tura sortito e belle forme e robu-stezza straordinaria, ed agilità som-ma e perspicace ingegno che lo spin-geva ad ogni maniera di siudj, ap-prese in breve tempo l’aritmetica,la musica, la poesia, finche, il di-segno e le arti tutte che ne dipen-dono a se richiamarono quasi in-teramente le sue cure. Perchè co-noscendo Ser Pietro l’inclinazionedel figlio, non volle contrariarla, el’acconciò con Aridrea del Verroc-chio che dopo la morte di Dona-tello, del Brunellcschi e del Ghiberti,era il più valente maestro che avesseFirenze in scultura, in architettura,in pittura. Nè lardò Leonardo a mo-
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strarsi degnò di tanto maestro di'*pingendo in una tavola rappresen-tante S. Giovanni che battezza ilSalvatore, un Angelo che teneva al-cune vesti, di tanta bellezza, che ilVerrocchio ne stupi, onde, se cre-diamo al Vasari, chiamandosi vin-to dal giovinetto allievo, mai piùnon volle toccar colori, impossibileche Leonardo non uscisse dalla To-scana fino ai trent’ anni, occupatoprincipalmente nella pittura, sapen-dosi avere avanti il 1470 dipinta lacelebre rotella di fico, la testa diMedusa, il Nettuno fatto per Anto-nio Segni, ed il Cartone di Ada-mo ed Èva, tanto encomiato dalVasari. In pari tempo trovava luogoper occuparsi intorno a fisiche spe-rienze ed a meccanici lavori, che fu-rono oggetto di meraviglia a tuttaFirenze. Ma ciò che gli tornò amaggiore utilità fu la pratica di co-piare dal vero le stravaganti fiso-nomie che incontrava, per formarecaricature; nel che fare, disse Sul-ztr, fu tanto superiore a quanti vol-lero poi imitarlo, quanto una buo-na commedia di Moliere lo è adun’insulsa farsa d’Rilecchino. Maegli non studiavasi solamente di di-pingere i volti, ma eziandio di espri-mervi le idee, gli affetti, l’anima,onde chiamò più volte a convitto icontadini per farli ridere alla sma-scellata , e seppe cosi ben disegnarliche guardar non si possono senzaridere quelle figure.- e talora, dicePaolo Lomazzo, seguì i condannatial patibolo per esaminare le tracciedell’angoscia e della disperazionesul loro viso. Lavorava talvolta an-cora di scultura e di plastica, fa-cendo alcune leste di femmine ri-denti e di putti che parevano uscitedi mano di un maestro; e fecepure disegni di varj edifizj ondeesercitarsi nelle cose dell’ architet-tura.
Diverse sono le opinioni, intornoai motivi ed all’ epoca della chia-mata di Leonardo a Milano. Gli