POESIE LIRICHE.
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Ad aiutar lo poseNe le luci vezzoseDe la fanciulla amata.Lo sventurato amanteSofferto avria costanteIl rigore indiscreto *
Il capriccio inquieto,
Lo sdegno minacciante,Lo seberno umiliante,La dubbiosa incostanza,L’ansiosa lontananza,
Il rifiuto ostinato,
Il bando disperato;
Ma non potè soffrireLa tranquilla apparenza,E lo fece morireLa fredda indifferenza.
V.
IL PARAFOCO.
lava un giorno CitereaDi Vulcano a la fucina;
Nè difender si sapeaDa la fiamma a lei vicina,
Nè salvar le fresche roseDe le gote sue vezzose.Opponeva or destra or mancaAl gran foco ivi raccolto;
Ma la man picciola e biancaVano scudo era al bel volto,Che feriva e volto e manoLa gran vampa di Vulcano.
De la dea vide i tormenti,
A pietade Amor si mosseE dell* ali rinascentiUna subito strapposse,
Poi con atto dolce e caro,Ecco, disse, il tuo riparo.Serenò Venere il ciglio ;
E, il celeste almo sorrisoRivolgendo al caro figlio,Abhassossi e il baciò in viso ;Poi fe* schermo al gran caloreCon quell’ala dell’Amore.
Ma la dea sagace apprese ,Riparando il foco ardente,
Di quel vago e novo arneseAd usar più dolcemente :
Onde rise il nume armatoChe le stava all’altro lato.Ella i guardi a lui volgeva,All’orecchio gli parlavaE il bel volto nascondevaDal marito che guardava,
E cosi sfogava il coreSotto all’ala dell’Amore.Spesso ancor si ricopriaLa melò de le pupille ;
E più forte l’assaliaCondensando le faville ,
Che ferìen con più rigoreSotto all’ala dell’Amore.Or dal sommo de’bei labriAccennava i molli baci;Ora uscien de’bei cinabriSospirelti o ghigni audaci ;Or nasceva un bel rossoreSotto all* ala dell* Amore.Tale, in tanto che VulcanoFabbricava arme a gli dei,Citerea così pian pianoAccresceva i suoi trofeiSopra il nume vincitoreSotto all’ala dell’Amore.Belle mie, voi m’intendete:Dell’Amor l’ala son io.Come Venere poteteE .spiegar più d’un desioE temprar l’occulto ardoreSotto all’ ala dell’ Amore.
vi.
IL PASSATEMPO.
» gusto ancor di vivereIn compagnia ridenteChe scherzi follementeIn compagnia d* Amor.
Ola , fanciulle tenere,
Sedetevi al mio fianco:
E ver che il crine ho bianco,Ma non ho vecchio il cor.Vedete I Ecco la cetera '
Del vecchio Anacreonte:
Io ne fo scudo all’ onteDe la fugace età.
Ei me la diè, dicendomi :
Tienti quest’arme a lato;
Nè paventar del fatoChe incontro ti verrà.
Qui dell* amabil VenereSon le colombe avvezzeA tesser le carezzeCol rostro porporin;
E se talor mi picchiano
O il crine o il sen per gioco,Tosto di giovin focoCrepita il seno e il crin.
VII.
PIRAMO E T1SBE.
AD UN IMPROVVISATORI.
Ahi ! qual fiero spettacoloVegg’io che il cor mi fiede,Sotto alla luna pallida,
La di quel gelso al piede ?
Una donzella e un giovaneIn loro età più acerbaEcco trafitti giaccionoInsanguinando l’erba.