XXVI.
POESIE PIACEVOLI.
XXIX.
un t£Ì che pare una mummia d*EgittoMa più fiero de i draghi e i cocodrìUi,Che va via per istrada ritto rittoSì che pare appuntato co gii spilli ,
Deh 1 guardatevi, ? «enti, che *1 suo vittoÈ di quel de i legati e de*pupilli;
E non va poi nell* operar sì dritto ,
Ma è pieu d’invenzioni e di cavilli.
Ei non istima coscienza un’ acca,
E pur eh* egli arricchisca la sua schiatta,Cerca render 1* altrui povera e fiacca.
Ei mi s* appicca come una mignatta ,
E dal mio sangue mai non si distacca,S’io v* adropassi l*ugne d’una gatta.
Per me la cosa è fatta.
Se mai non viene un diavol che lo grappeDirittamente in mezzo de le chiappe ,
Si eh* egli non iscappe ,
E dar gli faccia un maladelto crollo,
Fin che si rompa un dì 1* osso del collo.
XXVII.
Molti somari ho scritto in una listaChe pretendon saper di poesia ,
E ne san tanto quanto un ateistaNe può sapere di teologia.
Se t’incontra a Ulotta per la via ,
Tosto di non vederti fanno vista ;
E pur se chiedi lor Dante chi sia ,
Dicon che Dante gli era un secentista.
Ti citano il Rimario del Ruscelli ,
Come farebbe un Turco 1* Alcorano ,
F. ne san quanto i gufi e i falimbeUi.
E se ti leggon un sonetto strano,
Si van ringalluzzando e si fan belliE dicon eh’ è di stile alto e sovrano.
Or questa lista in manoIo dótti , o nume che in Parnaso imperi,Acciò che li conoschi questi seri
Fuor de i poeti veri ;
E tu, Pegaso, se ti montan suso,
Rompi pur loro con un calcio il muso.
XXVIII.
Nanni s*ba messo un mantellaccio in dossoChe, stu *1 vedessi, ti parrebl>e un matto :Credo che sei facesse il re MinossoQuando giudice ad infero* fu fatto.
Egli è cencioso rattoppato e grosso,
Ne cola il brodo e l’unto liquefatto;
Era già nero , ed or diventa rossoPer la vergogna d* esser cosi fatto.
Fa Nanni in somma si trista figura
Con quello straccio in su le spalle stortoCh’io ne disgrado la mala ventura.
Il primo dì che in tal foggia l’ho scortoIo ebbi a spiritar de la paura ,
Temendo ch’e* non fosse il beccamorto.
Nanni mi sbircia prima e quindi arrappaOgni via per fuggirmi o manca o destra,
E s’imbavaglia dentro de la cappaQuel mu»in da colpir co la balestra.
Che sì, che un giorno tanto si rattrappaE s’imbacucca ch’egli s’incapestra.
Deh t corri, Farfanicchio, e poi lo grappaE lo disvogli con maniera destra.
E col puntel de’cozzi un buon sommessoGli rileva dal suol quel pa’ d’occhiacciE fa eh’ e’ guardi ben s’io son quel desso.Poi diragli pian pian senza minacci:
Se lo noja vedermi cosi spesso ,
Che tu coll’ugne lo torrai d’impacci.
XXX.
Se scorto pria t’avessi, o d* una gognaDegno, dell’ altrui opre usurpatore,
Io t’are’ fatto tanto disonoreChe ne saresti morto di vergogna.
Oh ! va cacciati adesso entro una fogna,
Se tu non vuoi provar di che tenoreSia la mia penna quand’ eli* è in furore,Bue , piluccone , asinaccio , carogna.
Io non so chi mi tien , corpo di Dio,
Ch’ io non ti sforzi or ora a dispogliartiDi tutto quanto ha’ tu del fatto mio ;
E ch’io non pongami a perseguitartiCon verseggiar sì attossicato e rioChe di tua man tu vadi ad impiccarti.
XXXI.
Signori cari, fate di star sani,
Al meno al men fin che non vi malate ,E per amor del cielo vi guardateDi non ire a ingrassare i petronciani.
E voi, piovano » quelle vostre maniNon le tenete mica scioperate ;
Ma a scriver belle cose le adoprateIn versi ora latini, ora toscani.
Così, coll’arte ch’ogni orgoglio placa,
Non temerete quella vecchia piueChe tira colpi da matta imbrtaca.
E chiaro il vostro nome ognora piueN’ andrà per fino in India Pastinaca,
La dove l’acque corron all’ingiue.
XXXII.
Il gatto andò a la casa del villanoCol collo torto e molta sommessione,
Gli si accostò all’orecchio e disse piano:Deh 1 prestami, o villan, la tua magione.Non mi terrai ne la tua casa in vano,Perchè col fiero dente e con l’unghioneIo ti difenderò le noci e il granoDa i topi che non hanno discrezione :