98 POESIE
A un pueril cimento ? Il lieve ingegnoRispettar si doveaDell’inesperta età. Se ne trasportaFolle desio d’onore ,
E se troppo e 1* ardir , vostro è 1* errore.Che dissi ? Àìmèl Perdono.
Studiai d’esser modesta, e ingrata io sono?
Ah! no, co’vostri auspici
Il tentar più gran volo
Non è temerità, solo è coraggio,
E il coraggio è virtù. Non si paventi,
E per piacere a voi tutto si tenti.
Chiare stelle , ah ! voi splendeteSempre amiche a noi d’intorno :
E destarsi in doì vedreteLa speranza ed il valor.
Al brillar de’ vostri rai
Fiamma ignota il cor ne accende;
E l’ingegno allor si rendeDi se stesso assai maggior.
IV.
LA FIGLIA DI JEFTE.
Oli dio! Padre, che Testi? Ahi sventurato!Col sangue de la figliaMacchiasti i tuoi trofei,
E il tuo voto pon fine a i giorni miei.
Al tuo arrivo, o signore,
Balzommi il cor nel petto. Ecco, diss’io,
Ecco il padre che vien. Questo mel dice
Palpitare improvviso
D’insolito contento. Ad incontrarlo
Meco uscite, o compagne. I suoni e i canti
Festeggino con noi. Cingiam di fiori
Il suo crin glorioso;
Gli onorati sudori
Da la fronte tergiam; baciam la destraOnd’ è salvo Israele. Ahi fiera sorte !
Corro, o padre, al tuo seno,
E in braccio al genitor trovo la morte.
Ahi che fatai promessaAl nostro Dio ti lega!
Ecco la figlia oppressa,
Oppresso il genitor.
Padre, che dissi mai?
A la figlia non liceCondannare il tuo zelo :
Se fu senno od error, sol noto è al cielo.Cieco mortai non osiDi Dìo le strade esaminar. Sia certoCh'ei felici ne vuol ; che spesso vieneDall’ abisso de* mali il nostro bene.
Eccomi ancella tua. Sol mi concedi
La mia sorte immatura
Pianger due lune al monte. Abbia natura ,
O padre, i dritti suoi ;
Poi si faccia di me quel che tu vuoi.
Si, mi vedrai fra pocoTornar costante vergine ;
Ma tra il coltello e il focoPalpiterai , lo so.
DRAMMATICHE.
Piangerò forse anch’ io ;
Ma fra le stesse lagrimeAl tuo dovere e al mioFedele ubbidirò.
V.
ABIGÀILLE.
, Davidde, cbe fai ? Cotanti armatiOve li guida il tuo furor? Qual cerchiDegna di te vendettalu un sangue sì vile? Odimi, aspetta.Innanzi a te , signore ,
Peccò Nabal mio sposo. A’tuoi soldatiNegò cibo ed aita. E ver. PerdonoA’piedi tuoi ne chiedoPer lo sposo e per me. Cotesta mano,
Le cui vittorie illustriTante volte cantar 1’ ebree donzelle,
Deh! trattieni, o signor; non s'avviliscaContra una moglie imbelle,
Contra un misero sposoCbe inerme, forsennato, in mezzo al vino,Non si oppon, non prevede il suo destino.Placa quell’ alma , oh dio IQuell’alma ardita e forteOnde , cadendo , a morteIl fiero mostro andò.
Questa, signor, sì, questaLa più nobile gloria è de gli eroi,
Domar gli affetti suoi. Un dì fra gl’inniD’Israel trionfasti. Ognun gridava:
— Mille Saulle ucciseDe’ nimici di Dio ; ma dieci milaDe’nimici di Dio Davidde uccise. —
Or di più si dirà : —- Davidde adessoIla vinto il proprio cor, vinto ha se stesso.Ma che veggio, o signor ? Ne le lue luciS’apre un lieto seren. L’ardita spadaPar che obliqua ti cada.
Il tuo sguardo s* aggiraE tempra ne’guerricr la torbid’ira.
Ah quel sorrìso, oh dio IE nuncio di perdono:
E un bel raggio di soleChe penetra le nubi e accheta il tuono.
Di quel volto il bel serenoMi ravviva e mi consola.
Già si desta nel tuo senoLa dolcezza e la pietà.
Il mio cor palpita , e sentoChe sperando aleggia e vola ;
Per te cessa il mio tormento :
Che perdoni il cor lo sa.