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Opere di Giuseppe Parini / [Giuseppe Parini]
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98 POESIE

A un pueril cimento ? Il lieve ingegnoRispettar si doveaDell’inesperta età. Se ne trasportaFolle desio d’onore ,

E se troppo e 1* ardir , vostro è 1* errore.Che dissi ? Àìmèl Perdono.

Studiai d’esser modesta, e ingrata io sono?

Ah! no, co’vostri auspici

Il tentar più gran volo

Non è temerità, solo è coraggio,

E il coraggio è virtù. Non si paventi,

E per piacere a voi tutto si tenti.

Chiare stelle , ah ! voi splendeteSempre amiche a noi d’intorno :

E destarsi in doì vedreteLa speranza ed il valor.

Al brillar de’ vostri rai

Fiamma ignota il cor ne accende;

E l’ingegno allor si rendeDi se stesso assai maggior.

IV.

LA FIGLIA DI JEFTE.

Oli dio! Padre, che Testi? Ahi sventurato!Col sangue de la figliaMacchiasti i tuoi trofei,

E il tuo voto pon fine a i giorni miei.

Al tuo arrivo, o signore,

Balzommi il cor nel petto. Ecco, diss’io,

Ecco il padre che vien. Questo mel dice

Palpitare improvviso

D’insolito contento. Ad incontrarlo

Meco uscite, o compagne. I suoni e i canti

Festeggino con noi. Cingiam di fiori

Il suo crin glorioso;

Gli onorati sudori

Da la fronte tergiam; baciam la destraOnd’ è salvo Israele. Ahi fiera sorte !

Corro, o padre, al tuo seno,

E in braccio al genitor trovo la morte.

Ahi che fatai promessaAl nostro Dio ti lega!

Ecco la figlia oppressa,

Oppresso il genitor.

Padre, che dissi mai?

A la figlia non liceCondannare il tuo zelo :

Se fu senno od error, sol noto è al cielo.Cieco mortai non osiDi Dìo le strade esaminar. Sia certoCh'ei felici ne vuol ; che spesso vieneDall’ abisso de* mali il nostro bene.

Eccomi ancella tua. Sol mi concedi

La mia sorte immatura

Pianger due lune al monte. Abbia natura ,

O padre, i dritti suoi ;

Poi si faccia di me quel che tu vuoi.

Si, mi vedrai fra pocoTornar costante vergine ;

Ma tra il coltello e il focoPalpiterai , lo so.

DRAMMATICHE.

Piangerò forse anch’ io ;

Ma fra le stesse lagrimeAl tuo dovere e al mioFedele ubbidirò.

V.

ABIGÀILLE.

, Davidde, cbe fai ? Cotanti armatiOve li guida il tuo furor? Qual cerchiDegna di te vendettalu un sangue sì vile? Odimi, aspetta.Innanzi a te , signore ,

Peccò Nabal mio sposo. A’tuoi soldatiNegò cibo ed aita. E ver. PerdonoA’piedi tuoi ne chiedoPer lo sposo e per me. Cotesta mano,

Le cui vittorie illustriTante volte cantar 1’ ebree donzelle,

Deh! trattieni, o signor; non s'avviliscaContra una moglie imbelle,

Contra un misero sposoCbe inerme, forsennato, in mezzo al vino,Non si oppon, non prevede il suo destino.Placa quell’ alma , oh dio IQuell’alma ardita e forteOnde , cadendo , a morteIl fiero mostro andò.

Questa, signor, sì, questaLa più nobile gloria è de gli eroi,

Domar gli affetti suoi. Un dì fra gl’inniD’Israel trionfasti. Ognun gridava:

— Mille Saulle ucciseDe’ nimici di Dio ; ma dieci milaDe’nimici di Dio Davidde uccise. —

Or di più si dirà : —- Davidde adessoIla vinto il proprio cor, vinto ha se stesso.Ma che veggio, o signor ? Ne le lue luciS’apre un lieto seren. L’ardita spadaPar che obliqua ti cada.

Il tuo sguardo s* aggiraE tempra ne’guerricr la torbid’ira.

Ah quel sorrìso, oh dio IE nuncio di perdono:

E un bel raggio di soleChe penetra le nubi e accheta il tuono.

Di quel volto il bel serenoMi ravviva e mi consola.

Già si desta nel tuo senoLa dolcezza e la pietà.

Il mio cor palpita , e sentoChe sperando aleggia e vola ;

Per te cessa il mio tormento :

Che perdoni il cor lo sa.