POESIE DRAMMATICHE. QQ
ASCANIO IN ALBA
FESTA TEATRALEPER LE NOZZE
DI
FERDINANDO ARCIDUCA D'AUSTRIA
E DI
MARIA BEATRICE D’ ESTE.
Semper ad JEneadas placido pulcherrima vultuRespice, totque tuas, diva , tuere nurus.
Ovid. , Fast. lib. IV.
ARGOMENTO.
£ noto che Ascanio celebre figliuolo d’ Enea andò,per ragioni di stato, ad abitare in una deliziosacontrada dell’antico Lazio; vi edificò una città acui diede il nome d’Alba; vi prese moglie ; vi go-vernò un popolo e diede origine agli Albani. E purnoto che Ercole viaggiò e dimorò per alcun tempoin quelle vicinanze. Su questi e simili fondamentistorici e poetici si dà luogo alla favola allegoricadella seguente rappresentazione.
h* azione segue in una parte della campagnadove poi fu Alba.
PERSONAGGI.
VENERE.
ASCANIO.
SILVIA ninfa del sangue d’Èrcole.
ACESTE sacerdote.
FAUNO uno de’principali pastori.
CORI di genj.di pastori,di pastorelle.
PARTE PRIMA.
SCENA I.
Area spaziosa destinata alle solenni adunanze pasto-rali, limitata db una corona d’ altissime e fronzutequerce che vagamente distribuite all'intorno con-ciliano un’ombra freschissima e sacra. Veggonsi,luogo la serie degli alberi, verdi rialzamenti diterreno presentati dalla natura e in varia formainclinati dall' arte per uso di sedervi con graziosairregolarità i pastori. Nel mezzo sorge un altareagreste in cui vedesi scolpito l’animai prodigiosoda cui si dice che pigliasse il nome la città d’Alha.Dagl'intervalli che si aprono fra un albero e l’al-tro si domina una deliziosa e ridente campagna ,sparsa di qualche capanna e cinta in mediocredistanza d’amene colline onde scendono copiosi elimpidi rivi. L* orizzonte va a terminare in az-zurrissime montagne , le cui cime si perdono inun cielo purissimo e sereno.
Venere in atto di scender dal suo carro. Ascanioa lato di esso. Le Grazie e quantità di genj checantano e danzano accompagnando la dea. Scesaquesta, il carro velato da una leggiera nuvolettasi dilegua per V aria.
Coro
Di te più amabile
di genj.
Nè dea maggiore,Celeste Venere,
No non si dà.
Parte
Tu sei de gli uomini,
ilei coro.
0 dea, l’amore :
Di te sua gloria
Il ciel si fa.
Parte
Se gode un popolo
del coro.
Del tuo favore,
Più dolce imperioCercar non sa.
Coro .
Con fren sì placidoReggi ogni core
Che più non bramasiLa libertà.
Ven. Genj, Grazie ed Amori (i),
Fermate il pie , tacete;
Frenate, sospendete ,
Fide colombe , il volo :
Questo e il sacro al mio nume amico suolo.Ecco, Ascanio, mia speme, ecco le piaggeChe visitammo insieme
Il tuo gran padre ed io. Quel tempo ancora
Con piacer mi rammento. Anco i presagi
Parvero disegnar che un giorno fora
Del mio favore oggetto
Questo popolo eletto. In quell’altare (a)
Vedi la belva incisa
Che d’insolite lane ornata il tergo
A noi comparve. Il grand’Enea lo pose
Per memoria del fatto : e quindi il nome
Prenderà la città eh' oggi da noi
Avrà illustre principio. Io fin d’allora
Qui de le grazie mie prodiga sono
Al popolo felice : e qui ’1 mio core
Fa sovente ritorno
Da la beata sfera ove soggiorno.
Ma qui presente ognora
Con la mia deità regnar non posso :
Tu qui regna in mia vece. 11 grande, il pio,
Il tuo buon genitor che d'Ilio venneA le sponde latine’ or vive in cieloAltro dio fra gli dei :
E soave mia cura oggi tu sei.
Asc. Madre, che tal ti piace
Esser da me chiamata anzi che dea,
Quanto ti deggio mai 1Ven. Già quattro volte, il sai,
Condusse il sol su questi verdi colli
Il pomifero autunno
Da che al popolo amico il don promisi
(i ) Al suo sèguito, che si ritira nell* indietrodelia scena disponendosi vagamente.
(a) Accennando V altare.