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Opere di Giuseppe Parini / [Giuseppe Parini]
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POESIE DRAMMATICHE. QQ

ASCANIO IN ALBA

FESTA TEATRALEPER LE NOZZE

DI

FERDINANDO ARCIDUCA D'AUSTRIA

E DI

MARIA BEATRICE D’ ESTE.

Semper ad JEneadas placido pulcherrima vultuRespice, totque tuas, diva , tuere nurus.

Ovid. , Fast. lib. IV.

ARGOMENTO.

£ noto che Ascanio celebre figliuolo d’ Enea andò,per ragioni di stato, ad abitare in una deliziosacontrada dell’antico Lazio; vi edificò una città acui diede il nome d’Alba; vi prese moglie ; vi go-vernò un popolo e diede origine agli Albani. E purnoto che Ercole viaggiò e dimorò per alcun tempoin quelle vicinanze. Su questi e simili fondamentistorici e poetici si dà luogo alla favola allegoricadella seguente rappresentazione.

h* azione segue in una parte della campagnadove poi fu Alba.

PERSONAGGI.

VENERE.

ASCANIO.

SILVIA ninfa del sangue d’Èrcole.

ACESTE sacerdote.

FAUNO uno de’principali pastori.

CORI di genj.di pastori,di pastorelle.

PARTE PRIMA.

SCENA I.

Area spaziosa destinata alle solenni adunanze pasto-rali, limitata db una corona d’ altissime e fronzutequerce che vagamente distribuite all'intorno con-ciliano un’ombra freschissima e sacra. Veggonsi,luogo la serie degli alberi, verdi rialzamenti diterreno presentati dalla natura e in varia formainclinati dall' arte per uso di sedervi con graziosairregolarità i pastori. Nel mezzo sorge un altareagreste in cui vedesi scolpito l’animai prodigiosoda cui si dice che pigliasse il nome la città d’Alha.Dagl'intervalli che si aprono fra un albero e l’al-tro si domina una deliziosa e ridente campagna ,sparsa di qualche capanna e cinta in mediocredistanza d’amene colline onde scendono copiosi elimpidi rivi. L* orizzonte va a terminare in az-zurrissime montagne , le cui cime si perdono inun cielo purissimo e sereno.

Venere in atto di scender dal suo carro. Ascanioa lato di esso. Le Grazie e quantità di genj checantano e danzano accompagnando la dea. Scesaquesta, il carro velato da una leggiera nuvolettasi dilegua per V aria.

Coro

Di te più amabile

di genj.

Nè dea maggiore,Celeste Venere,

No non si dà.

Parte

Tu sei de gli uomini,

ilei coro.

0 dea, l’amore :

Di te sua gloria

Il ciel si fa.

Parte

Se gode un popolo

del coro.

Del tuo favore,

Più dolce imperioCercar non sa.

Coro .

Con fren sì placidoReggi ogni core

Che più non bramasiLa libertà.

Ven. Genj, Grazie ed Amori (i),

Fermate il pie , tacete;

Frenate, sospendete ,

Fide colombe , il volo :

Questo e il sacro al mio nume amico suolo.Ecco, Ascanio, mia speme, ecco le piaggeChe visitammo insieme

Il tuo gran padre ed io. Quel tempo ancora

Con piacer mi rammento. Anco i presagi

Parvero disegnar che un giorno fora

Del mio favore oggetto

Questo popolo eletto. In quell’altare (a)

Vedi la belva incisa

Che d’insolite lane ornata il tergo

A noi comparve. Il grand’Enea lo pose

Per memoria del fatto : e quindi il nome

Prenderà la città eh' oggi da noi

Avrà illustre principio. Io fin d’allora

Qui de le grazie mie prodiga sono

Al popolo felice : e qui ’1 mio core

Fa sovente ritorno

Da la beata sfera ove soggiorno.

Ma qui presente ognora

Con la mia deità regnar non posso :

Tu qui regna in mia vece. 11 grande, il pio,

Il tuo buon genitor che d'Ilio venneA le sponde latine’ or vive in cieloAltro dio fra gli dei :

E soave mia cura oggi tu sei.

Asc. Madre, che tal ti piace

Esser da me chiamata anzi che dea,

Quanto ti deggio mai 1Ven. Già quattro volte, il sai,

Condusse il sol su questi verdi colli

Il pomifero autunno

Da che al popolo amico il don promisi

(i ) Al suo sèguito, che si ritira nell* indietrodelia scena disponendosi vagamente.

(a) Accennando V altare.