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Opere di Giuseppe Parini / [Giuseppe Parini]
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I34 ELOGI E

mescolando mille volte ora il cielo ora la coscienza,infine venne a concludere in questa piccola bagat-tella, che bisognava accendere una gran catasta nellamaggior piazza della città e quivi a fuoco lentoarrostirmi bello e sivo. Poiché io riseppi questo eche non amavo di far ridere i bacchettoni, mi ri-solvetti di lasciar loro i danari ; e da uomo di sen-no, abbandonata la fortuna prima ch’ella abbando-nasse me , me la colsi verso Milano , per potercirodere a mia posta dc’grassi capponi questo carno-vale e raccontare a voi almanco una volta le mieavventure prima d’essere arrostito.

iv (.).

SOPRA LA CARITÀ.

Savissimamente, o signori, è stato dall’accademiaordinato che in avveuire non sia più lecito a ta-lento di ciascheduno di noi il comporre per la pub-blica recita di questa stagione sopra qualsivogliasuggetto sacro o morale, ma che anzi, come nellealtre pubbliche rccite si costuma, cosi anche inquesta tutti quanti cospiriamo a trattare uno stessodeterminato argomento.

Ciò si é voluto spezialmente per vostro riguardo,o signori, sì perché il concorso de’varj metri, de’varj stili e de’varj pensieri tendenti ad un mede-simo scopo venga a render tanto più ingegnosa evivace e per conseguenza a voi tanto più dilette-vole la nostra poetica esercitazione: si perché ac-cogliendo insieme diversi lavori sopra una stessamateria, venga questa ad esser più pienamente trat-tata , onde i nostri versi a diletto non solo ma ,quanto per noi si può, ancora vi tornino ad utili-tà, che é quanto fino dal ristabilimento della nostraaccademia ci siamo proposti } acciocché non un vanosolletico degli orecchi ma un vantaggioso tratteni-mento siano le nostre pubbliche adunanze.

Savissimo consiglio ancora é stato quello dei no-stri conservatori di scegliere per tema della recitadi stassera la carità ; conciossiaché ragionevole cosaera che, avendo noi per la prima volta determinatoil suggetto della recita sicra e morale, ciò non al-tro fosse che quella virtù eli* è il fine di tutta lamorale, il compendio di tutta la legge e il precipuofondamento della religione.

Deh perché mi é egli cosi limitato il tempo eIo ingegno ch'io non possa ragionarvi come e quan-to vorrei di una virtù ch’é la cagione d’ogni no-stro bene presente e la base di tutte le nostre fu-ture speranze? D’una virtù alla quale non solospezialmente ne obbliga la legge ma la natura stessauè invita, e ne conduce c ne sprona il nostro pro-prio interesse ? D’ una virtù che, quale altra forzadi attrazione, accosta e lega insieme gli animi degliuomini e fa nascere nel mondo formale quella stessamaravìgliosa armonia che nel materiale veggiamo ?

(i) Detto nell*accademia de* trasformati per prò-lusione.

DISCORSI.

D’una virtù finalmente che, o secondo la filosofiacon avventuroso equivoco ne conduce ad amar noistessi negli altri onde agli uni ed agli altri risultasicurezza e felicità, o secondo la religione ci fa amarenei nostri prossimi il nostro Dio e, quel ch’é più,solleva noi creature mortali a nobilissimo e deliziosocommercio col sommo nostro principio ?

Ma io sarei troppo lungo e nulla direi nondime-no , se io volessi soltanto scorrere i varj capi dìquesta sì nobile e sì dolce materia. Permettetemiaduuque che le circostanze di questo luogo desti-nato alle lettere, di questo dì scelto per darne pub-blico saggio, di voi, o signori, che le amate cotan-to e le favorite, mi servano di pretesto per sottrar-mi allo smisurato peso dello argomento e m’invitinoa ragionarvi della carità per quella parte che gliuomini letterati risguarda.

Quanto desiderabile cosa sarebbe mai che tutticoloro che sortito hanno dalla natura uno ingegnoadatto alle lettere fossero stimolati allo studio edallo scrivere non da una leggiere curiosità o da unvano amore di gloria ma dalla carità de'suoi pros-simi , de’suoi concittadini, del suo paese! Quantiinconvenienti non si verrebbono a schifare cosi , edi quanto maggior utile sarebbono le lettere e iletterati nel mondo !

L’uomo che dalla semplice curiosità o dal soloamore della gloria é condotto alle lettere non av-viene giammai che non sia accompagnato nella suacarriera da uno stuolo di vizj che a lui recano dan-no e notabilmente ostano all’ullrui utilità, la qualeogni uomo dabbene dee proporsi per iscopo princi-pale del suo operare.

Se la semplice curiosità é il motivo che lo spingealle lettere, necessario é ch’egli non faccia dillé-renza alcuna tra le cose importanti a sapersi e quel-le che sono frivole e da nulla : imperciocché , nonavendo egli altro di mira se non se di scoprire lecose che a lui sono ignote, forza é ch’egli consi-deri d'egual peso e quelle che scoperte possonorecargli vantaggio e le ahre che, occulte o rivelate,fieno sempre mai futili e di nessuno valore. Da ciònasce ch’egli con eguale sollecitudine e con egualedispendio di tempo va in traccia delle une e dellealtre. Di qui voi potete argomentare , o signori ,quanti studj e quanti sudori si debbano perdere va-namente, senza proprio né altrui profitto, da que-gl* ingegni che per semplice curiosità si danno allelettere. Avvertite ancora che il letterato di puracuriosità aggiugne il prezzo de’suoi travagli e dellesue fatiche a quelle vane cognizioni che per talimezzi acquistò j e a poco a poco sé medesimo per-suade della verace solidità ed importanza di esse.

Ma non si ferma già qui tutto il male, che allafine consisterebbe soltanto nella illusione che l’uomodi lettere a sé medesimo fa e nella trasruranza delgiovare agli altri per mezzo de’suoi studj , comegli altri giovano a lui per mille altri mezzi. Ilpeggio e il più deplorabile si é , che, misurandoegli la preziosità delle sue merci non già dallo intrin-seco valore di esse ma dal caro prezzo che gli sonocostate e venendo egli cosi perversamente convinto