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Opere di Giuseppe Parini / [Giuseppe Parini]
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DELLE DEL]

intralciala alla foggia della lingua Ialina , la qualeper propria costituzione ammetteva non solo senzapregiudizio ma anche con vantaggio una somiglie-volc composizione; quando finalmente si avverliscadi adattare a proposito le diverse maniere dellostile delle quali ha egli dato in un* opera sola tantibellissimi esempi. E come 1’espressione, nella qualesingolarmente consiste il merito dello scrivere , re*sulta dall'uso che della stessa lingua si fa, cosiegli è pure da notarsi che niuno scrittore italianoe arrivato giammai ad esprìmere ordinariamente iproprj pensieri in prosa con maggior proprietà, conpiù venustà e con più forza di quel che abbia fattoil Boccaccio ; nè alcuno scrìvendo ha dipinto megliodi lui co* precisi e veri colorì dello stile i caratteridiversi delle cose , delle persone, degli affetti esimili.

Da quanto si e detto per noi finora intorno a’mentovati tre illustri scrittori ricavasi che 1* Italiadee principalmente riconoscer da essi lo stabilimentoe la perfezione della toscana lingua, e dalle loroopere la promulgazione di essa ; talmente che poiè diveuuta comune a tutti gli Italiani e da ciò hail nome più generale acquistato di italiana.

Ma la nostra riconoscenza esige ancora che a que-sto opportuno luogo si faccia precisamente avvertireciò che più sopra si è appena accennato, che un’al-tra obbligazione assai più importante verso gli scrit-tori medesimi ha l’Italia e con essa tutte le altrenazioni colte europee. Questa si è dello aver essiin mezzo a’loro tempi barbari e pieni d’ogni sortadi deplorabili calamità fatto rinascere nell’Europacon i loro studj e le loro fatiche il genio dell?buone lettere, della storia c della erudizione , die-tro alla luce del quale risorsero poi di mano inmano tutte le belle arti e per ultimo la filosofia.

Giova inoltre di commendare la giustizia e lagenerosità delle stesse forestiere nazioni, le quali innna con l’Italia ingenuamente chiamami debitricia questo celebre triumvirato di Fiorentini del felicerìsuscilamento della critica e del buongusto, chepi ima nascosi giacevano fra le rovine della Greciae di Roma. Finalmente conviene a questo propositoavvertire doverci noi Italiani guardare che, mentreci stiamo da noi medesimi adulando davanti allospecchio delle nostre antiche glorie , noi non ven-ghiaino a fare come que’ nobili che neghittosamentedormono sopra gli allori guadagnali da’loro avi ctanto più degni sembrano di biasimo e di vituperio,quanto ne meno i domestici esempli vagliono adeccitare scintille di valore nelle loro anime stupidec intormentile; oppure che mentre noi ci vantiamod’avere i primi col risorgimento delle lettere, dellearti e delle scienze illuminato le altre nazioni, noinon venghiamo a fare come que’ mercatanti che,<àspo aver dato a negoziar de’proprj feudi a moltefamiglie , sono poi per loro mal governo falliti eridotti a mendicar presso que’ medesimi che, avendosaputo regger meglio i (radichi loro, hanno di granlunga i fondi loro prestali accresciuto.

Ma facendo ritorno al soggetto che noi abhiam frale mani, varj altri scrittori della Toscana medesima,

Purini, Opere■

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benché di minnr nome de* primi, hanno verso que*tempi notabilmente contribuito alla perfezione edal propagamelo della nostra lingua; e perciò cosidi questi come de’primi si sono saviamente servitigli accademici della Crusca nella compilazione de*loro vocuholarj. Nondimeno fra questi antichi scrit-tori conviene far differenza ; imperocché ve ne hadi quelli che possono soltanto servir d* ammaestra-mento in ciò che risguarda la proprietà de* terminie la natia composizione di essi; avvene di quelliche servono a questo fine e nello stesso tempo an-che alle altre condizioni che si ricercano alla for-mazione dello stile cd alla proprietà insieme , allafacilità, all’eleganza, alla forza dell’espressione;avvene per ultimo di quelli che conducono all’unoo all’altro di questi due fini od anche ad amenduee nel tempo medesimo comunicano delle cognizionic trattano cose che sono utili a sapere.

Ora siccome la vita dell’uomo è breve, troppesono le cose che ci bisogna d* apprendere, e troppii libri che sono stati scritti ; però in ogni generedi questi conviene fare scelta , onde spedirci collamaggior sollecitudine e col maggior profitto possi-bile ne’nostri studj. Tornerà dunque bene, qualoraci piaccia di ricorrere anche ad altri fra gli antichiscrittori della nostra lingua , di preferire quelli fraessi che giovano in un tempo medesimo a’tre og-getti sopraccennati ; la quale avvertenza sarà utileper ben guidarci anche nella lettura degli scrittorimoderni.

A questo fine di fare scelta fra gli antichi libriscritti nel buon secolo dell’italiana lingua , comeda’ nostri filologi si suol chiamare il secolo decimo-quarto o del trecento, veder si possono i cataloghiposti innanzi a* vocabolari della Crusca e l’indiceragionato che degli scrittori di quel tempo ha in-serito ne’suoi giudiziosi Avvertimenti della linguasopra il Decamerone il cavaiier Lionardo Salviati.

Noi annovereremo qui soli pochi de* sopraddettiantichi scrittori; si perchè questi possono bastare permolli altri a farne conoscer la copia della lingua ,onde valersene con quella temperanza che più s’ac-comodi alle presenti circostanze ; sì pcrrhè fra lamoltitudine degli altri posson meglio servire adistruirci in cose morali o scientìfiche o in qualunquealtro modo vantaggio») a chi legge.

Dopo i tre primi scrittori mentovati di sopra me-rita il primo luogo Giovanni Villani fiorentino , ilquale scrìsse la sua storia nell’ anteriore metà delsecolo XIV. « Sopra costui, dice il Salviati, il fon-damento è da porre della purità de’ vocaboli e de*modi dei dire, sì perchè scrìsse nella pura favella,sì perchè stese maggior volume di qualunque altroche del buon tempo forse ci sia rimaso. La lega-tura delle voci v’è semplice e naturale, niuna cosadi soverchio, niuna per ripieno, nulla di sforzalo,niente d’artificiato vi può scoprire il lettore: nonpertanto in quella semplicità si vede una rotai leg-giadria e bellezza, simile a quella che noi reggia-mo in vago ma non liscialo viso di nobil donna odonzella. » Il giudizio d’un uomo cosi intendentec così zelante della volgar lingua qual fu il Salviati

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