DE PRINCIPI PARTICOLARI
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vaglia per molli altri che qui recar si potreblK>no.Noi aggiugneremo soltanto che sebl>enc la locuzionee lo stile del Villani siano in vero quali il Sai vialili giudica , forse non sarebbero quelli che meglioconvenissero, generalmente parlando, allo storico d’unanazione, massimamente in tempi più colti e filoso-fici, quali noi reputiamo essere i nostri ; e ciò perli prinripj che noi stabiliremo quando si tratteràdella maniera del leggere e dello scrivere la storia.Tuttavia siccome la storia di esso Villani abbondapiù che ogni altro antico libro de’ vocaboli e delleforme più gentili e più proprie della nostra lingua,così sarà utile di leggerla per far di queste unaraccolta nella mente ed averle in pronto, accomo-dandole a* diversi generi dello stile, secondo che adalcuno di questi posson meglio convenire.
E troppo noto che un Matteo Villani fratello del-l’altro ed un Filippo figliuolo di questo hanno purescritto storie , continuando quella del primo ; marostor due sono assai meno purgali c gentili chenon fu l’altro , e perciò per riguardo alla linguacon poca utilità si leggerebbono.
Un’altra opera fra le antiche italiane merita diessere scelta dagli studiosi , e questa si è gli Am-maestramenti degli antichi raccolti e volgarizzati dafra Bartolomeo da s. Concortlio. Questa piccolaoperetta è una raccolta delle più gravi e più utilisentenze degli antichi filosofi recate nella volgar lin-gua con uno stile breve, preciso, succoso ed ener-gico e tutto proprio a servirci di modello non so-lamente per la purità della lingua ma ancora perlo siile che sì richiede a trattar certe materie dinotabile grandezza ed importanza. 11 citato SuHiati,dopo aver lodato lo stile di questo libro, conchiudeche la favella di esso è la più bella e la più no-tabile che si scrivesse mai in que* tempi.
Il l r olgarizzamento del trattato dell* agricolturadi Pietro de* Crescenti non è pure da trascurarsinella moltitudine degli altri antichi libri j imperi -che, al dir del Sflviali medesimo, esso è uua delleprincipali scritture del volgar nostro si per li nomispecialissimi degli affari della villa e talora anched* astrologia e di medicina e d’altre arti, molti de’quali tra’libri di quell’età altrove non si ritrovano;sì perchè, in genere, di buone voci e di pura lin-gua è ripieno, e anche l’accozzamento delle paroleimita quella leggiadra semplicità del Villani.
Per fiuc sono da pregiarsi assaissimo altre dueopere antiche , l’una delle quali si è lo Specchiodi penitenza di fra Jacopo Passavanti, l’altra si èle Lettere di don Giovanni da Catignano scrittenelle celle di Vallombrosa. Del primo dice il Saì-viati che nel fatto dell’esser puro e nella guisade* favellali andò forte imitando il libro delle No-velle, ma con istile più semplice, e oltre a ciò la-sciò più l’uso de*vocaboli antichi che nelle sueGiornate non aveva fatto il Boccaccio. Dell’operadel secondo dice lo stesso Salvia!» che v’hj qualchevoce antica, ma assai poche , e i parlari e la det-tatura appajon così novelli che per moderni in tuttoper poco si prcndcrchhono : nella quale osservazioueè da avvertire che quel moderni intender debbesi
rispettivamente allo stato in cui era la lingua neltempo che il Salviati fiorì.
Dopo i libri die noi ora abbiamo di tanti eccel-lenti moderni, dopo i vocabolari dell’accademia dellaCrusca, dopo le molte opere de’grammatici, super-flua cosa sarebbe che noi , oltre alle opere fin quiacrennale, altre ne leggessimo degli antichi per ca-gione di apprendervi la nostra lingua. Soltanto èda notare che nella lettura degli autori nominati,de* quali per avventura non ci occorrerà più di farparola, usar si vogliono le medesime avvertenze diesi è acconnato doversi usare in leggendo ed imitan-do le opere de’Ire principali, cioè che conviene la-sciar da parte le voci antiquate e adattare i diversiloro stili proporzionatamente alle materie delle qualibassi a trattare. Un’altra rosa è da notarsi per leg-ger le dette opere senza pericolo di arquistare ideeed opinioni false delle cose c di adottare gli erroriche in materia di scienze e di arti potrehlson es-servi sparsi; è da notarsi, dicemmo, che i loro au-tori, per la oscurità de* tempi ne’qua?» vissero, erano,generalmente parlando, molto ignoranti nella fisica,nella metafisica e nella storia. Il die li fece caderein molti errori, da’quali l’osservazione, la medita-zione e la critira più sugare de* moderni ci ha fe-licemente preservali. Quest’avvertenza produrrà nelnostro animo due buoni effetti. Il primo sarà direnderci giusti, sicché non condanniamo nelle operodi que* semplici antichi le buone ed utilissime coseclic vi sono , in grazia degli errori che esser vipossono mescolati , e non nc incolpiamo piuttostoessi che la stagione. Il secondo sarà di rendercicauli nell’adottare i giudizj loro qualora li ricono-sciamo ronlrarj alla retta maniera del ragionare edalle dottrine clic noi abbiamo apprese dalla filosofiae dalla critica migliore de* nostri tempi. F.d a que-sto proposito non è inutile di soggiuguere che lastessa prudenza vi vuol sempre mai leggendo qual-sivoglia sorta d’autori, massimamente anteriori allanostra età, avendo sempre rispetto a* tempi , allenazioni ed alle scuole nelle quali son eglino statieducati.
Dopo il tempo de* primi eccellenti scrittori , tquali eoli’esempio loro e colla loro autorità anima-rono gl» altri Toscani a scrivere nel loro maternoidioma ed invogliarono i forestieri ancora ad ap-prenderlo e a tentare di scrivere in esso , vennemancando lo zelo che poco prima era nato di scri-vere nella nuova lingua e di perfezionarla e no-bilitarla. Di fatti siccome col Boccaccio era ella sa-lita al colmo della venustà e gentilezza , così colmancare di lui andò immediatamente decadendonon solo rispetto alla vera purità ed eleganza, maancora rispetto all’uso dello scriverla; e verso lafine del XIV secolo non pure coniponcvasi malein essa ma quasi non vi si componeva punto dall®persone letterate di que’tempi. La cagione princi-pale di un tale decadimento della lingua nostra,fra quelle che possono esser note , si fu la scioccavanità degli uomini di talento volgare, i quali perloro natura si oppongono di subito a tutto ciò choha faccia di uovità, senza pigliarsi cura d’osamiiaro